Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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updated 10:18 AM CET, Dec 4, 2020

fr. Paolino Zilio OFMCap

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Capitolo V delle Costituzioni

Il nostro modo di lavorare

Commento ai nn. 78-87 delle Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini

di fr. Paolino Zilio OFMCap

 

Introduzione

I. PROSPETTIVA DI APPROCCIO, ARTICOLAZIONE E TONALITA’ DEL CAPITOLO

A. Prospettiva di approccio

B. Articolazione del capitolo

C. Tonalità del capitolo

II. IL VANGELO DEL LAVORO: 78

A. Il lavoro come lieto annuncio evangelico (78)

B. Momenti fondamentali del Vangelo del lavoro (78,1-8)

1. Visione trinitaria storico-salvifica (78,1-3)

2. Visione carismatica francescano-cappuccina (78,4-5)

3. Visione antropologica cristiana (78,6-8)

III. LA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 79-80

A. Lavoro in fraternità e minorità (79,1-4)

B. Lavoro in spirito di orazione e devozione (80,1-4)

IV. PLURIFORMITÀ DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 81-84

A. Criteri di discernimento (81,1-5)

B. Tipologia generale delle attività (82,1-4)

C. I lavori domestici (83,1-4)

D. Il lavoro presso estranei all’Ordine: (84,1-4)

V. IMPLICAZIONI SOCIO-CULTURALI DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 85-87

A. La retribuzione del lavoro (85,1-3)

B. Il riposo dal lavoro (86,1-2)

C. La relazione lavoro-tempo (87,1-4)

VI. EPILOGO: “IL VANGELO DEL LAVORO”, FORMULA INCLUSIVA DEL CAPITOLO V: 87,4

A. Alla luce del Vangelo

B. In prospettiva trinitaria

Conclusione

 

CAPITOLO V

IL NOSTRO MODO DI LAVORARE,

Commento: nn. 78-87

Introduzione

L’attuale capitolo V delle nostre Costituzioni (2013)[1] presenta almeno tre caratteristiche generali che ne condizionano il commento e che vi interagiscono come precomprensioni:

A. Rispetto alle precedenti Costituzioni approvate nel 1986, contiene diverse significative integrazioni e modifiche, che, in linea con il progetto di revisione avviato dal Capitolo generale del 2000, confermato e precisato nel Capitolo generale del 2006, arricchiscono il testo attingendo dai recenti documenti della Chiesa e dell’Ordine ma anche, nello stesso tempo, evidenziando alcuni aspetti del nostro carisma che esigevano chiarificazione e attualizzazione.

B. È preceduto e seguito da varie ricorrenze sul tema del lavoro, distribuite in vari capitoli delle Costituzioni, che, proprio perché disseminate nell’arco di tutto il testo, ne rivelano l’importanza e contribuiscono a illuminare la sua incidenza nel nostro carisma come anche la prospettiva specifica entro la quale viene affrontato e compreso.

C. È stato ripreso dall’VIII CPO, dedicato a “La grazia del lavorare”, celebrato a Roma nel 2015, che può essere considerato un contribuito per la sua interpretazione, quasi in continuazione ideale con lo spirito con il quale è stata compiuta la revisione generale delle Costituzioni approvata tre anni prima, nel 2013.

1. La revisione specifica del capitolo V è stata elaborata in due fasi da una Sottocommissione della Commissio Constitutionum OFMCap, sotto la presidenza di fr. Felice Cangelosi, vicario generale, e con fr. Francesco Polliani, segretario. Per comodità e praticità nel corso del presente commento denominiamo questa “Sottocommissione” semplicemente come “Commissione”, dal momento che le sue proposte alla fine sono state vagliate ed approvate in sede di Commissione generale per la revisione.

Nella prima fase, svolta fra luglio e ottobre del 2009, la revisione del testo vigente è stata sollecitata dalla esigenza di esplicitare alcuni temi di particolare attualità fra i quali: la fatica del lavoro, il significato del lavoro presso gli estranei all’Ordine, il valore del lavoro domestico, il riposo, le ferie. Ma, più in generale, si è sentita la necessità di arricchire il capitolo alla luce della teologia e della spiritualità dei seguenti documenti della Chiesa e del nostro Ordine: la costituzione pastorale del Vaticano II Gaudium et spes, l’esortazione apostolica di Paolo VI Evangelica testificatio (29.06.1971), la lettera enciclica “Laborem exercens” (14.09.1981) di Giovanni Paolo II, e i Consigli Plenari dell’Ordine: VI CPO, Vivere la povertà in fraternità (Assisi 1998) e VII CPO, La nostra vita fraterna in minorità (Assisi 2004). Si è proceduto tenendo in considerazione il Progetto 2006 per la revisione e sono stati ripresi anche elementi presenti nelle Costituzioni del 1968 che la revisione del 1982 aveva poi tralasciati. Di tutto ciò troviamo preziosa documentazione nella Proposta di revisione del capitolo V (Curia generale, Roma 2009) [d’ora in poi: Proposta di Revisione 1 o PdR1].

Questa prima proposta di revisione è stata trasmessa a tutte le fraternità dell’Ordine in data 10 dicembre 2009, per una condivisione con tutti frati ma anche per una valutazione e per ulteriori suggerimenti. Era stata anticipatamente annunciata e presentata a tutte le fraternità dal ministro generale fr. Mauro Jöhri con lettera del 28 novembre 2009[2]. È questa un documento che merita attenzione nel contesto del commento al capitolo V delle nostre Costituzioni perché motiva l’esigenza di una revisione della mentalità dell’Ordine nei confronti del lavoro e focalizza l’attesa di alcune indicazioni chiarificatrici in rapporto alla nuova problematica. Nella Proposta di revisione 1 della Commissione, infatti, egli apprezza, da una parte, l’approfondimento teologico della visione del lavoro e, dall’altra, la concretezza delle indicazioni operative. Sottolinea che la visione teologico-spirituale ivi sintetizzata «ha valore sia per noi sia per il rispetto e la tutela della dignità delle persone che collaborano con noi o che lavorano nelle nostre case in qualità di dipendenti salariati». Dal punto di vita operativo concreto, condivide pienamente gli orientamenti per il ricupero del lavoro manuale nelle nostre fraternità e la collaborazione fraterna nei servizi domestici. Si sente la sua preoccupazione di ministro generale di fronte al declassamento del lavoro manuale tra i frati ed esprime il suo auspicio affinché cresca invece la competenza e la responsabilità nelle attività assunte: «Dobbiamo impegnarci tutti, i ministri e gli altri frati, perché nell’Ordine il lavoro manuale e ogni tipo di attività lavorativa abbia il dovuto riconoscimento». Avvalora la sua esortazione con una testimonianza personale che è anche un rilievo sulla situazione attuale del lavoro nelle nostre fraternità in generale, nella quale si corre il rischio di compromettere lo spirito di minorità: «Personalmente provengo da una cultura dove l’artigiano, ad esempio un fabbro o un falegname, non è meno stimato di un avvocato o di un medico, dove però a tutti è richiesta competenza e professionalità. Conoscendo l’Ordine ogni giorno di più mi rendo conto con una certa preoccupazione che questa visione del lavoro non è condivisa da tutti. Ciò può spiegare, ma certamente non può giustificare il desiderio di molti confratelli a voler accedere agli studi accademici superiori per ottenere un titolo di studio che permette di ottenere una collocazione più alta nella scala sociale, creandosi allo stesso tempo il diritto di affidare a collaboratori esterni o a lavoratori salariati e dipendenti i lavori più umili o i lavori domestici». Non esita perciò a rinviare alla attualità e autorevolezza delle parole di s. Francesco nel suo Testamento: «E io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare, e tutti gli altri frati voglio che lavorino di un lavoro che si conviene all’onestà. Coloro che non sanno, imparino!». Sintetizza la sua posizione affermando icasticamente: «In altri termini ci viene detto che dobbiamo evitare di farci servire perché, in tal caso, non avremo più alcun diritto di chiamarci e di farci chiamare ‘frati minori’». È la stessa sensibilità e preoccupazione per cui, in seguito, indisse l’VIII CPO su “La grazia di lavorare” celebrato a Roma nel 2015.

Nella seconda fase, viste le valutazioni sostanzialmente positive provenienti dalle fraternità, la Commissione ha proceduto ad accogliere vari suggerimenti migliorativi e a redigere un nuovo testo. Se ne può vedere la documentazione dettagliata nella Seconda proposta di revisione (Roma, Curia generale OFMCap 2012)[3] [d’ora in poi Proposta di revisione 2 o PdR2]. In generale, si può osservare che la Seconda proposta di revisione del 2011 non fa che riprendere nella sostanza, sia pur con opportuni miglioramenti o ulteriori chiarificazioni, quanto era già stato indicato nella prima Proposta di revisione del 2009. Il testo così preparato è stato discusso ed approvato dalla Commissione generale per la revisione delle Costituzioni nella sessione plenaria del 4-14 luglio 2011 e poi presentate al Capitolo generale del 2012 che l’ha approvata con qualche puntualizzazione testuale.

A questi documenti preparatori sarà opportuno far riferimento nel commento di questo capitolo V delle Costituzioni revisionate, ufficialmente approvate il 4 ottobre 2013, per individuare le novità introdotte e per comprendere bene il senso dei testi. Da notare che entrambe le Proposte di revisione 1 e 2, nelle rispettive introduzioni, a firma del presidente della Commissione per la revisione, fr. Felice Cangelosi, vicario generale dell’Ordine, e del segretario, fr. Francesco Polliani, offrono un elenco sintetico e completo degli arricchimenti introdotti, con le integrazioni e le modifiche, rispetto al testo delle precedenti Costituzioni approvate il 25 dicembre 1986. Una sintesi dei due documenti è presente anche nella relazione di fr. Leonhard Lehmann al LXXXIV Capitolo generale del 2012.

In ogni caso, resta sempre utile situare la revisione del capitolo V nel fondamentale, e finora unico, commento generale del testo revisionato delle nostre Costituzioni, compiuto dal segretario della Commissione per la revisione : fr. Francesco Polliani, Le nuove Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini. Analisi e commento (Centro Studi Cappuccini. Nuova Serie 3), Edizione Biblioteca Francescana, Milano 2016. È un commento che evidenzia bene le linee portanti del capitolo V, motivandole alla luce delle fonti e dell’iter redazionale, ma anche citandone puntualmente i testi principali dei quali rileva anche le sfumature, dimostrando di essere ben dentro lo spirito e la lettera di quanto viene affermato. L’autore, in seguito, ha avuto modo di presentare lo stesso capitolo V in una relazione tenuta ai confratelli, - che speriamo venga pubblicata – esponendone i temi principali in correlazione con le Propositiones dell’VIII CPO.

2. La visione del lavoro secondo il nostro carisma francescano cappuccino, pur avendo trovato una esposizione esauriente nel capitolo V delle Costituzioni, ricorre, sia pur tangenzialmente, anche in altri capitoli. È doveroso, pertanto, soffermarci su questi testi non solo perché fungono da contesto generale, quasi da preziosa “cornice”, ma soprattutto perché ci aiutano a cogliere lo spirito della trattazione completa del Capitolo V.

Più specificamente, questi testi ci interessano, non tanto per la novità, quanto, piuttosto, perché correlano il lavoro con gli aspetti fondamentali del nostro carisma. Infatti, nel capitolo II, dedicato a “La vocazione alla nostra vita e la formazione dei frati”, il lavoro viene previsto fin dalla formazione iniziale accanto alla preparazione al ministero (23,4), a partire dal noviziato (31,4), come a dire che è anch’esso una delle componenti della nostra identità. Nel post-noviziato, poi, oltre all’avvio a varie forme di apostolato, si punta l’attenzione in particolare sul valore formativo del lavoro domestico (32,3). Questi primi riferimenti al lavoro sono considerati alla luce della tradizione francescana della “grazia del lavoro” (37,4 e 38,2) che, fra l’altro, impegna a favorire i doni dei singoli frati (37,4) ma anche a viverli in spirito di fraternità (37,6). Nel cap. IV il tema del lavoro è menzionato in rapporto alla povertà: il “lavoro assiduo” è visto come un ingrediente del nostro compito di “seguire la povertà del Signore Gesù Cristo” (61,1); viene considerato come modo per procurarci “i mezzi e i sussidi necessari alla vita e all’apostolato” (67,3) e si precisa che il lavoro, insieme a fraternità e preghiera, deve risultare favorito persino dalla stessa costruzione delle nostre abitazioni (73,3). Come si vede, in questi primi riferimenti, il lavoro si trova inserito tra i lineamenti della nostra identità. Questo collegamento ai valori fondanti del nostro carisma si ripete nei capitoli successivi al V. Nel capitolo VI sulla nostra vita in fraternità si raccomanda di “promuovere il lavoro in collaborazione” (94,3). Nel capitolo VII sulla nostra vita di penitenza, tra le varie forme, vi si cita anche” il lavoro da compiersi in fedeltà ogni giorno” (110,5). Infine nel contesto della nostra vita nella castità consacrata, nel capitolo XI, si fa presente che, insieme alla disciplina del cuore e dei sensi, il lavoro assiduo, compiuto con animo lieto, favorisce la salute dell’anima e del corpo (172,8). Il lavoro in questi testi appare dunque un modo concreto attraverso cui incarnare il nostro carisma francescano cappuccino di evangelicità, fraternità e povertà.

3. Infine, va notato che nel commento al capitolo V entra, a mio parere di diritto, il contributo dell’VIII CPO dedicato a “la grazia di lavorare” (Roma 2015), celebrato dopo l’approvazione e la promulgazione del presente testo delle Costituzioni (2013). In quanto espressione di una rappresentanza qualificata delle fraternità dell’Ordine, questo CPO va assunto, se non come un commentario autorevole, almeno come una eco fedele della visione del lavoro nelle nostre Costituzioni. Se ne può avere una immagine globale a partire dallo schema entro il quale sono state inquadrate le 74 Propositiones. La “grazia del lavorare” è stata articolata nei seguenti otto paragrafi: 1. - Chiamati a partecipare all’opera della creazione. 2.- Imparare a lavorare. 3.- Il primo lavoro. 4.- Minori al servizio di tutti. 5.- Viviamo del nostro lavoro. 6- Fratelli che lavorano insieme. 7.- Con animo pronto esercitiamo ogni tipo di apostolato. 8.- Portiamo l’annuncio di salvezza.

 Va precisato che le Propositiones sono nate dalla elaborazione dei gruppi di lavoro e sono state approvate dalla assemblea ad una ad una, singolarmente. La loro collocazione all’interno degli otto paragrafi è opera della commissione istituita dalla curia generale per la redazione finale, che - come è chiarito nella lettera di presentazione dal ministro generale, fr. Mauro Jöhri (15.01.2016), - ha inteso correlarle con le Costituzioni con particolare riferimento ai primi sei capitoli e poi ai capitoli IX e al XII. Lo schema generale adottato dalla commissione redazionale esprime la chiara consapevolezza che le Propositiones vanno comprese entro lo spirito delle nostre Costituzioni per renderle operative nell’attuale contesto culturale in continua evoluzione. Indirettamente ci confermano che esse sono una eco significativa del capitolo V.

I. PROSPETTIVA DI APPROCCIO, ARTICOLAZIONE E TONALITA’ DEL CAPITOLO

Il capitolo V delle nostre Costituzioni si apre con il titolo: “Il nostro modo di lavorare”. È una formula che immediatamente rinvia al titolo del capitolo VII della Regula non Bullata: De modo serviendi et laborandi e al capitolo V della Regula Bullata: de modo laborandi. In entrambi questi capitoli l’accento cade sul modo concreto di lavorare in linea con il nostro carisma di povertà, fraternità e minorità. Vi si sottolinea infatti che il nostro lavoro deve essere svolto fedelmente e devotamente, in spirito di orazione e devozione, evitando l’ozio e accettando come retribuzione semplicemente il sostentamento vitale. Nella Regula bullata questi aspetti spirituali e pratici sono arricchiti con il riferimento esplicito al tema della “grazia di lavorare”, formula che ormai è recepita come la chiave interpretativa del lavoro alla luce del carisma francescano.

La formula adottata nel titolo del capitolo V si fa notare non solo per l’evidente sintonia con il linguaggio della Regola di s. Francesco, ma anche per una specie di cambio di approccio alla trattazione rispetto agli altri titoli dei capitoli delle Costituzioni. Questi, infatti, quasi ci tengono ad esplicitare il rapporto a “la nostra vita”, con l’unica eccezione del cap. VIII che si concentra su “il governo del nostro Ordine”. Osserviamo i titoli dei capitoli precedenti al V: “La vita dei frati Minori Cappuccini” (cap. I), “La vocazione alla nostra vita…” (cap. II), “La nostra vita di preghiera” (cap. III), “La nostra vita in povertà” (cap. IV). Il formulario trova quasi completa conferma anche nei titoli dei capitoli seguenti: “La nostra vita in fraternità” (cap. VI), “la nostra vita di penitenza” (cap. VII), “La nostra vita apostolica” (cap. IX), “La nostra vita di obbedienza” (cap. X). “La nostra vita nella castità consacrata” (cap. XI), “L’annuncio del Vangelo e la vita di fede” (cap. XII). Seguendo il ritmo della formulazione linguistica ci si poteva aspettare come titolo del capitolo V “La nostra vita di lavoro”. Invece, il titolo adottato focalizza l’attenzione su “il modo” del nostro lavoro. Il lavoro viene, dunque, considerato non tanto come valore in sé ma dal punto di vista delle modalità del suo esercizio ed è a partire da queste modalità operative che, in ultima analisi, si trova correlato con i valori fondamentali della nostra forma di vita.

A me sembra che con questa scelta linguistica venga proposta la prospettiva specifica di approccio al tema del lavoro nell’ambito del nostro carisma e, conseguentemente, si predetermini anche la struttura del capitolo. La prospettiva di approccio e la struttura del capitolo alla luce dei nuovi apporti dovuti alla revisione, convergono a svelare anche lo spirito da cui è pervaso il capitolo V.

A. PROSPETTIVA DI APPROCCIO

Partiamo dalla constatazione che il titolo lascia sottinteso il riferimento alla “nostra vita” per concentrarsi sul “nostro modo di lavorare”. Si può subito obiettare che il “nostro modo di lavorare” equivale, in ultima analisi, a “la nostra vita di lavoro” e che quindi non è il caso di sofisticare troppo sul peso della formula adottata per il titolo di questo V capitolo. Tuttavia, resta il fatto che è stato mantenuto il titolo della Regola e, comunque, si focalizza il “modo” del lavoro e non “la vita”. È quindi almeno legittimo indurre che si voglia sottolineare una prospettiva specifica di approccio al lavoro che porta l’attenzione sulle “forme” e sulla qualità che caratterizzano il nostro lavoro e, conseguentemente, sul rapporto soggettivo con il lavoratore frate.

Credo che sia illuminante anche per il nostro testo vedere in questo approccio una eco della visione di lavoro che la lettera enciclica “Laborem exercens” (14.09.1981) di Giovanni Paolo II, identifica come “il lavoro in senso soggettivo: l’uomo soggetto del lavoro” (n. 6). Esso va distinto dal “lavoro in senso oggettivo” (n.5) che fa riferimento al lavoro come realtà dotata di una propria autonomia rispetto all’uomo che lo pratica, come avviene ad esempio nella tecnica che può condizionare, a priori, l’intervento del soggetto umano nell’esecuzione della sua operosità.

In realtà, il tema del lavoro si presenta innanzitutto come un agire produttivo dell’uomo, espressione e sostegno della sua vita individuale e sociale, ma, più in generale, si impone come realtà richiesta dal limite e dalla perfettibilità della creazione e del mondo umano. Il lavoro dunque si configura come realtà autonoma che possiede una sua dignità oggettiva e delle sue leggi intrinseche che lo regolano, a prescindere dal modo con il quale lo assume il lavoratore e quindi dalla ogni eventuale ideologia o anche spiritualità. In quanto richiesto dalla realtà della creazione, il lavoro, in un certo, senso si impone al lavoratore. Certamente, il lavoro non può mai prescindere da un lavoratore, ma esso può sempre essere talmente staccato da chi lo mette in opera da condizionare e determinare a priori il lavoratore stesso, come ad esempio nella tecnica e nella automazione. Dunque la visione del lavoro “in senso oggettivo”, dal punto di vista della sua autonomia intrinseca, non può essere trascurata ed è comunque sempre presupposta.

Tuttavia, volendo vivere il lavoro in ottica spirituale, è inevitabile che esso sia influenzato dal carisma della persona e così l’attenzione cade inevitabilmente sui “modi” concreti di esercizio del lavoro in rapporto al carisma spirituale nell’ambito del quale è messo in atto. Non a caso nella tradizione monastica benedettina la visione del lavoro è stata espressa con la endiadi “Ora et labora”, per indicare che il “labor” andava assunto nell’ottica della “oratio” e la “oratio” comunque non poteva esimersi dal “labor”. Del resto, anche nella tradizione francescana sono apparsi degli approcci espressi in endiadi come “Povertà e lavoro” oppure “Fraternità e lavoro”. Non può sfuggire che, nel contesto della distribuzione dei capitoli delle Costituzioni, il tema del lavoro del capitolo V risulta incastonato fra il capitolo della povertà e quello della fraternità, come, del resto, già nel testo della Regola. Ciò lascia intuire che il tema del lavoro interessa specificamente in quanto modalità di attuazione della povertà e della fraternità.

Dunque, l’attenzione al “modo” del lavoro, esplicitata dal titolo del nostro capitolo, sembra voler evitare di cadere in una visione di lavoro che si imponga come una realtà autonoma a chi lo pratica ma invece orienta l’attenzione ad una visione di lavoro in correlazione e dipendenza con il carisma francescano cappuccino di chi lo pratica.

B. ARTICOLAZIONE DEL CAPITOLO

Questo approccio al lavoro in senso relazionale-soggettivo della Commissione trova conferma nella articolazione data al capitolo che evidenzia le principali relazioni del lavoro al nostro carisma, come si può cogliere anche solo da uno sguardo a volo d’uccello sui dieci numeri dal 78 al 87.

 Il n. 78 presenta il lavoro in rapporto al mistero trinitario visto in prospettiva economico salvifica (78,1-3), calato subito nel contesto del carisma francescano-cappuccino (78,4-5) di cui si evidenzia anche l’impegno a promuovere le finalità relazionali intrinseche al lavoro stesso: il senso spirituale, il senso umano e il senso interpersonale (78,6-8).

Il n. 79 focalizza il lavoro in rapporto alle principali caratteristiche del nostro carisma di minorità e fraternità (79,1-4), e trova completamento nel n. 80,1-4, dove il lavoro è subordinato allo spirito di devozione ed orazione.

Nei numeri 81-83 l’attenzione va alla pluriformità del nostro modo di lavorare. Dopo l’enunciazione dei criteri di discernimento ispirati alla relazione con la fraternità, la Chiesa e la società (n. 81,1-59), viene offerta una tipologia generale della varietà delle nostre attività (n. 82,1-4), focalizzando poi l’attenzione su due modalità specifiche di particolare attualità: il lavoro domestico all’interno delle fraternità (n. 83,1-4)) e il lavoro presso gli estranei (n. 84,1-4).

Alla fine, il capitolo si sofferma su alcuni aspetti di carattere socio-culturale del lavoro e specificamente sulla retribuzione del lavoro (n. 85,1-3), il riposo dal lavoro (n. 86,1-2) e il suo rapporto con l’impiego del nostro tempo (n. 87,1-4).

Come si può intravedere anche solo dai temi enunciati nei quali si articola il capitolo V, la prospettiva relazionale di approccio al lavoro è sicuramente dominante. Tuttavia va precisato che essa lascia filtrare in alcuni passaggi anche la dimensione oggettiva del lavoro. Questa fa capolino nel n. 78 quando si parla della finalità intrinseche del lavoro e poi specialmente nei nn. 85-87 in riferimento alle implicazioni socio-culturali del lavoro. Tuttavia, la prospettiva soggettivo- relazionale del nostro modo di lavorare, più che nelle singole affermazioni, va colta dall’insieme del capitolo che va ulteriormente “auscultato” in vista del commento.

C. TONALITA’ DEL CAPITOLO

L’ approccio alla visione del lavoro in prospettiva soggettivo-personale e carismatica, riflessa nella sua articolazione, è contrassegnato da alcune sottolineature che caratterizzano la revisione del capitolo V e che contribuiscono a svelarne tonalità ossia lo spirito interiore e il senso profondo da cui è pervaso.

Ne sono indice i nuovi temi elaborati dalla Commissione fra i quali va soprattutto segnalata la caratteristica – – direi: la natura - fraterna del nostro modo di lavorare, presente formalmente nel n. 79,3-4 ma che, fra l’altro, oltre che ritornare in quasi tutte esortazioni del capitolo, sta alla base di un’altra novità elaborata nel n. 83: il ricupero della condivisione nelle mansioni domestiche. In questa ottica personalistica si muovono anche alcuni nuovi commi, fra i quali molto opportuno, oltre che illuminante, è quello sullo Spirito Santo al n. 78,3, elaborato per completare la visione trinitario-economica del lavoro che nei due commi precedenti era limitata alla relazione con Dio Padre creatore e a Gesù Cristo. Molto significativi sono anche i nuovi commi relativi alle finalità del lavoro alla luce della antropologia cristiana che integrano la visione trinitaria e francescana: sono i commi 78,6-7-8 sul senso umano del lavoro, sulla tutela della dignità dei lavoratori e sulla spiritualità del lavoro, che, mentre prima erano dispersi in altri contesti, nella redazione definitiva sono stati qui riuniti nell’ambito dei fondamenti della nostra visione del lavoro ed indicati come espressioni del nostro carisma francescano cappuccino.

Oltre ai contributi innovativi, la Commissione ha inserito numerose integrazioni e modifiche parziali. Limitandoci ad alcuni esempi, merita attenzione l’espressione derivata dalla enciclica Laborem exercens (nn. 6.7.25.26): “Vangelo del lavoro”, che molto opportunamente è stata inserita nel contesto del nuovo comma (n. 78,3) sullo Spirito Santo e che, da questa posizione, effonde nuova luce sulla intera visione del lavoro. Altro intervento significativo è la collocazione della espressione “la grazia del lavoro” in rigoroso e stretto riferimento alla visione del lavoro di s. Francesco e dei Cappuccini (78,4-5), mentre nelle precedenti redazioni era usata in altri contesti più generici e senza diretto riferimento alla sua ascendenza sanfrancescana. Rilevante è anche l’amplificazione del testo relativo allo spirito di devozione e orazione in 80,1-4, che è stato arricchito di due nuovi commi, riprendendoli direttamente da S. Francesco: l’esortazione a lavorare con le proprie mani e a evitare la pigrizia e l‘ozio. Di profonda incidenza spirituale è sicuramente la visione cultuale-eucaristica del nostro lavoro, suffragata da una citazione della tradizione cappuccina a partire dalle Costituzioni del 1536 e ricuperata dalle Costituzioni del 1968.

Anche solo da questi cenni sommari ai nuovi commi e alle integrazioni e modifiche al testo, possiamo renderci conto che la Commissione per la revisione ha a cuore la visione teologico-francescana del lavoro e non perde l’occasione per indicare i modi concreti per attualizzarla: con attenzione continua e vigile, raccorda i vari aspetti del nostro lavoro con il nostro carisma e specificamente con la fraternità, minorità e povertà, per non dire anche con la nostra tensione spirituale di vivere “secondo al forma del Vangelo”. Nello stesso tempo, la Commissione capta con viva sensibilità ecclesiale i nuovi orientamenti sul lavoro, sia dal punto di vista pastorale che spirituale, maturati nel Concilio Vaticano II e riecheggiati nei documenti recenti. Anche se non ha affrontato ex professo una visione teorica sul lavoro dal punto di vista socio-culturale – cosa che del resto esulava dal tema e dalla sua competenza, - la Commissione per la revisione dimostra comunque di averne recepito la prospettiva relazionale-personale e di averla assunta come criterio illuminante.

Credo utile anticipare in sinossi la correlazione fra i titoli redazionali del V capitolo presenti nel testo ufficiale delle Costituzioni con lo schema del presente commento non solo per facilitarne la lettura ma soprattutto per rendere avvertiti che ci si atterrà a far emergere il senso dei testi del capitolo V alla luce della “tonalità” in essi impressa dalla Commissione di revisione.

 

PROSPETTO SINOTTICO FRA LA SUDDIVISIONE DEL CAP. V E L’ARTICOLAZIONE DEL COMMENTO

 

CAPITOLO V: SUDDIVISIONE DEL TESTO UFFICIALE CON TITOLI REDAZIONALI

CAP. V: SCHEMA DEL PRESENTE COMMENTO

TITOLO: IL NOSTRO MODO DI LAVORARE

N. 78,1-8: DIGNITÀ DEL LAVORO

N. 79, 1-4: IMPORTANZA E FINALITÀ DEL LAVORO

N. 80, 11-4: LAVORO E VITA SPIRITUALE

 

 

N. 81, 1-5: VARIE ATTIVITÀ

N. 82, 1-1-4: SPECIALIZZAZIONE NEL LAVORO

N. 83, 1-4: LAVORI DOMESTICI

N. 84, 1-4: LAVORO PRESSO ESTRANEI

 

 

N. 85, 1-3: RETRIBUZIONE DEL LAVORO

N. 86, 1-2: RIPOSO, RICREAZIONE E FERIE

N. 87, 1- 4: IL DONO PREZIOSO DEL TEMPO

Introduzione

I. PROSPETTIVA DI APPROCCIO, ARTICOLAZIONE E TONALITA’ DEL CAPITOLO

A. Prospettiva di approccio

B. Articolazione del capitolo

C. Tonalità del capitolo

II. IL VANGELO DEL LAVORO: 78

A. Il lavoro come lieto annuncio evangelico (78,1-3)

B. Momenti fondamentali del Vangelo del lavoro (78,4-8)

1. Visione trinitaria storico-salvifica (78,1-3)

2. Visione carismatica francescano-cappuccina (78,4-5)

3. Visione antropologica cristiana (78,6-8)

III. LA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 79-80

A. Lavoro in fraternità e minorità (79,1-4)

B. Lavoro in spirito di orazione e devozione (80,1-4)

IV. PLURIFORMITÀ DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 81-84

A. Criteri di discernimento (81,1-5)

B. Tipologia generale delle attività (82, 1-4)

C. I lavori domestici (83,1-4)

D. Il lavoro presso estranei all’Ordine: (84,1-4)

V. IMPLICAZIONI SOCIO-CULTURALI DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 85-87

A. La retribuzione del lavoro (85,1-3)

B. Il riposo dal lavoro (86,1-2)

C. La relazione lavoro-tempo (87,1-4)

VI. EPILOGO

A. Alla luce del Vangelo

B. In prospettiva trinitaria

Conclusione

II. IL VANGELO DEL LAVORO: n. 78

Il primo testo del cap. V, il n. 78, delinea i fondamenti del nostro modo di lavorare desunti dalla rivelazione cristiana, dalla esperienza spirituale francescano-cappuccina e dalla natura stessa del lavoro. Esso è strutturato in tre passaggi:

- Visione trinitaria storico-salvifica (78,1-3)

- Visione carismatica francescano- cappuccina (78,4-5)

- Visione antropologica cristiana (78,6-8).

Il nostro modo di lavorare appare qui relazionato alla visione del lavoro considerato dal punto di vista del progetto originario di Dio nella creazione, concretamente riletto nel carisma francescano cappuccino ed infine analizzato nelle sue finalità intrinseche alla luce della antropologia cristiana.

All’interno di queste tre visioni, spicca, e sorprende per la novità e per la densità di contenuto, l’espressione “Il Vangelo del lavoro”. Essa figura nel contesto del nuovo comma, n. 78,3, sulla presenza dello Spirito Santo nel nostro lavoro. Questo nuovo comma è stato collocato alla fine della visione economico-trinitaria del lavoro per completarla, dal momento che il testo precedente si riferiva solo al Padre e al Figlio Gesù Cristo. Si ottiene così anche una ulteriore spiegazione del modo con cui la SS. Trinità è compartecipe del lavoro umano, mostrando che agisce attraverso lo Spirito Santo il quale, a sua volta, anima la Chiesa in modo da effondere su di essa la luce della rivelazione divina, “annunciando il Vangelo del lavoro”.

La formula usata, “il Vangelo del lavoro”, anche se presente solo qui, ad una attenta analisi, proprio perché legata allo Spirito Santo, espande la sua luce su tutto il capitolo V. Effettivamente è una espressione pregnante che trasborda l’azione specifica dello Spirito Santo. Il “Vangelo del lavoro” è sicuramente opera dello Spirito Santo ma simultaneamente è anche lieto annuncio del progetto di Dio Padre di coinvolgere l’uomo nella creazione e si attua, in concreto, nel lavoro su questa terra del Figlio di Dio incarnato, Gesù. Inoltre, è immediatamente in sintonia con il carisma francescano la cui Regola è di vivere secondo la forma del S. Vangelo tutte le espressioni della esistenza, compreso il lavoro. Infine, il “Vangelo del lavoro” è il lieto annuncio che si sprigiona dalla visione antropologica cristiana del lavoro le cui finalità intrinseche postulano l’apertura alla relazione con gli altri e con il creato e tendono al compimento della esistenza che così è resa partecipe del dinamismo dello Spirito Santo in noi, dono e compimento delle promesse di Dio nella Chiesa e nel creato.

A me sembra che questa espressione inconsueta, “il Vangelo del lavoro”, anche se citata una sola volta, rappresenti la vera novità del cap. V. Come si vede, essa illumina certamente tutto il contenuto dell’articolo 78, suggerendo di guardare al modo del nostro lavoro nel contesto del “lieto annuncio evangelico” ed anzi funge da categoria sintetica sottesa nei tre aspetti della visione fondamentale del lavoro ivi espressa: la visione trinitaria, la visione francescano-cappuccina e la visione teologico-antropologica. Essa inoltre, già dal n. 78,4-5, dimostra una affinità con la visione francescano-cappuccina del lavoro come “grazia”, che è la categoria che sottende ed illumina tutti gli altri numeri del capitolo V. Conseguentemente, la formula “il Vangelo del lavoro”, proprio attraverso questa affinità interiore con “la grazia di lavorare”, espande la sua luce sulla visione del lavoro delle nostre Costituzioni.

A questo punto, diventa necessario mettere a fuoco il senso originario della formula “Vangelo del lavoro” come è presentata dalla Laborem exercens per poi vederla come categoria onnicomprensiva dei fondamenti teologici della nostra visione del lavoro espressa nel n. 78.

A. IL LAVORO COME LIETO ANNUNCIO EVANGELICO

La formula “Il Vangelo del lavoro”, anche se direttamente riferita al solo Spirito Santo, evidenzia che il lavoro umano ha in sé la potenzialità di “lieto annuncio evangelico” portato ed attuato da Gesù. È questo il senso inteso dalla Commissione come risulta dalla motivazione apportata nella Proposta di revisione 1 [4].

«Il Vangelo del lavoro è indubbiamente un’espressione inconsueta, ma introdotta nel documento Laborem exercens nel quale ricorre sei volte (n. 6.7.25.26 [tre volte]). Con tale espressione si vuole affermare il lieto annuncio fatto da Gesù sul lavoro umano e da lui vissuto alla scuola di s. Giuseppe. Egli ha in tal modo elevato il lavoro a strumento di salvezza e ne ha fatto una espressione di collaborazione dell’uomo con Dio Padre».

Nella Proposta di revisione 2, di fronte ad alcune valutazioni che proponevano di sopprimere l’espressione “Vangelo del lavoro” e di sostituirla con una espressione più generica per non rischiare di cadere in una ideologia del lavoro, viene precisato[5]:

«La Commissione ha ritenuto opportuno di mantenere la formula, che del resto è analoga ad altre in uso nella Chiesa e nei documenti del Magistero, quali Vangelo della famiglia, Vangelo della carità, Vangelo della pace, ecc.”».

Ci troviamo di fronte ad una formula esplicitamente assunta nell’iter redazionale del capitolo V, che l’enciclica Laborem exercens fonda innanzitutto sulla esperienza lavorativa di Gesù e poi sulla partecipazione dell’uomo all’opera creatrice di Dio. Nella sua annotazione a commento della scelta fatta, la Commissione tralascia di esplicitare le altre due motivazioni presenti nella enciclica, ossia la testimonianza apostolica di s. Paolo e l’insegnamento ecclesiale attuale attraverso il Concilio Vaticano II, aspetti che però, in qualche modo, sono sottesi nell’art. 78,6-8.

Data la novità della espressione e il suo significato pregnante ed eccedente, tanto da potersi riferire a tutta la visione del lavoro espressa nel cap. V e, comunque, in modo esplicito, a tutto il contenuto dell’art. 78, vediamone il significato originario nel testo della Laborem exercens e specificamente alla luce dei testi ai quali siamo rinviati, ossia ai nn. 6.7.25 e 26.

Innanzitutto l’espressione “Vangelo del lavoro” nei n. 6 e 26/A della Laborem exercens è in riferimento alla persona di Gesù e alla sua esperienza lavorativa.

Nel n. 6 l’enciclica usa l’espressione per indicare il lavoro manuale di Gesù presso un banco di carpentiere e commenta:

«Il cristianesimo, ampliando alcuni aspetti propri già dell'Antico Testamento, ha operato qui una fondamentale trasformazione di concetti, partendo dall'intero contenuto del messaggio evangelico e soprattutto dal fatto che Colui, il quale essendo Dio è divenuto simile a noi in tutto (Cf Eb 2,17; Fil 2,5-8) , dedicò la maggior parte degli anni della sua vita sulla terra al lavoro manuale, presso un banco di carpentiere. Questa circostanza costituisce da sola il più eloquente «Vangelo del lavoro», che manifesta come il fondamento per determinare il valore del lavoro umano non sia prima di tutto il genere di lavoro che si compie, ma il fatto che colui che lo esegue è una persona. Le fonti della dignità del lavoro si devono cercare soprattutto non nella sua dimensione oggettiva, ma nella sua dimensione soggettiva».

L’enciclica ribadirà più avanti, in 26/A, il fondamento cristologico della formula, sottolineando che pure la missione pubblica di evangelizzazione di Gesù è lavoro:

«Infatti, Gesù non solo proclamava, ma prima di tutto compiva con l'opera il «Vangelo» a lui affidato, la parola dell'eterna Sapienza. Perciò, questo era pure il «Vangelo del lavoro», perché colui che lo proclamava, era egli stesso uomo del lavoro, del lavoro artigiano come Giuseppe di Nazareth (Cfr Mt 13, 55).[…] egli appartiene al «mondo del lavoro», ha per il lavoro umano riconoscimento e rispetto; si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell'uomo con Dio, Creatore e Padre. Non è lui a dire: «il Padre mio è il vignaiolo ...» (Gv 15,1), trasferendo in vari modi nel suo insegnamento quella fondamentale verità sul lavoro, la quale si esprime già in tutta la tradizione dell'Antico Testamento, iniziando dal Libro della Genesi?»

L’enciclica, in secondo luogo, al n. 7 invita a vedere il “Vangelo del lavoro” nella partecipazione dell’uomo all’opera della creazione come è rivelato in Genesi 1-2 e in Apoc 15,3. In questo modo ne evidenzia il fondamento storico-salvifico a partire dal piano originario di Dio Padre. La collaborazione dell’uomo alla creazione impedisce di considerare il lavoro come strumento di produzione e di trattarlo come una «merce sui generis», o come una anonima «forza» necessaria alla produzione (espressa con la formula «forza-lavoro»). Il lavoro risulta così essere reale partecipazione alla manifestazione della gloria di Dio nella storia. Questa visione, secondo l’enciclica, è “in un certo senso il primo Vangelo del lavoro”. Ascoltiamo il testo:

«Nella Parola della divina Rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l'uomo, creato a immagine di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all'opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato. Questa verità noi troviamo già all'inizio stesso della Sacra Scrittura, nel Libro della Genesi, dove l'opera stessa della creazione è presentata nella forma di un «lavoro» compiuto da Dio durante i «sei giorni» (Cf Gen 2, 2; Es 20, 8. 11; Dt 5, 12 ss.), per «riposare» il settimo giorno (Cf Gen 2, 3.). D'altronde, ancora l'ultimo libro della Sacra Scrittura risuona con lo stesso accento di rispetto per l'opera che Dio ha compiuto mediante il suo «lavoro» creativo, quando proclama: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente» (Apoc 15,3), analogamente al Libro della Genesi, il quale chiude la descrizione di ogni giorno della creazione con l'affermazione: «E Dio vide che era una cosa buona» (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31.) Questa descrizione della creazione, che troviamo già nel primo capitolo del Libro della Genesi è, al tempo stesso, in un certo senso il primo Vangelo del lavoro».

In terzo luogo l’enciclica motiva, l’espressione “Vangelo del lavoro” nel n. 26/B ricorrendo all’esperienza apostolica di s. Paolo nella quale il lavoro è parte integrante. Infatti, l’apostolo Paolo, pur nell’impegno assillante della evangelizzazione, lavorava con le sue mani per provvedere al suo sostentamento ( Cf At 18,3; At 20,34s.; 2Ts 3,8) ed inoltre esortava caldamente i fedeli “a mangiare il proprio pane lavorando in pace», ( 2 Ts 3, 12) tanto da non esitare a dire: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3,10). Del resto, nel suo insegnamento troviamo l’incoraggiamento ad orientare ogni attività verso il Signore: «Qualunque cosa facciate, fatela di cuore come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che quale ricompensa riceverete dal Signore l’eredità» (Col 3,23, s.) . A parere dell’enciclica, questa testimonianza apostolica completa il “Vangelo del lavoro” che in Gesù è espresso in modo piuttosto “discreto”, mostrando che esso è implicato nell’apostolato e offre una visione morale e spirituale del lavoro:

«Gli insegnamenti dell'Apostolo delle Genti hanno, come si vede, un'importanza-chiave per la morale e la spiritualità del lavoro umano. Essi sono un importante complemento a questo grande, anche se discreto, Vangelo del lavoro, che troviamo nella vita di Cristo e nelle sue parabole, in ciò che Gesù ‘fece e insegnò’ (At 1,1)

Approfondendo questa visione in 26/C, l’enciclica evidenzia l’implicazione di una vera e propria spiritualità del lavoro che a sua volta rinvia al “Vangelo del lavoro” ed anzi vi si fonda. Questa prospettiva è introdotta partendo dalla visione della attività umana in quanto espressione della vocazione integrale dell’uomo. L’enciclica riprende qui l’insegnamento della Costituzione pastorale della Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, al n. 35:

«L'attività umana, invero, come deriva dall'uomo, così è ordinata all'uomo. L'uomo, infatti, quando lavora, non soltanto modifica le cose e la società, ma perfeziona anche se stesso. Apprende molte cose, sviluppa le sue facoltà, è portato a uscire da sé e a superarsi. Tale sviluppo, se è ben compreso, vale più delle ricchezze esteriori che si possono accumulare ... Pertanto, questa è la norma dell'attività umana: che secondo il disegno e la volontà di Dio essa corrisponda al vero bene dell'umanità, e permetta all'uomo come singolo o come membro della società di coltivare e di attuare la sua integrale vocazione» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes,35: AAS 58(1966), p.1053) .

Questa visione dell’attività umana quale attuazione della vocazione integrale dell’uomo, suppone che essa dipenda non dagli effetti prodotti, ma dal valore stesso della persona umana e della sua attività, dal momento che “l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha” come insegna sempre la “Gaudium et spes”, al n. 35:

«Nel contesto di una tale visione dei valori del lavoro umano, ossia di una tale spiritualità del lavoro, si spiega pienamente ciò che nello stesso punto della Costituzione pastorale del Concilio leggiamo sul tema del giusto significato del progresso: “L'uomo vale più per quello che è che per quello che ha. Parimenti tutto ciò che gli uomini fanno per conseguire una maggiore giustizia, una più estesa fraternità e un ordine più umano nei rapporti sociali, ha più valore dei progressi in campo tecnico. Questi, infatti, possono fornire, per così dire, la materia alla promozione umana, ma da soli non valgono in nessun modo ad effettuarla” (Gaudium et spes, n. 35)».

Il fatto che l’attività umana sia legata all’ attuazione della integrale vocazione dell’uomo nel mondo e sia protesa ad uno sviluppo che la supera, si spiega solo ammettendo che essa sia animata da una forte spiritualità costituita appunto dal “Vangelo del lavoro”:

 «Tale dottrina sul problema del progresso e dello sviluppo - tema così dominante nella mentalità moderna - può essere intesa solamente come frutto di una provata spiritualità del lavoro umano, e solamente in base a una tale spiritualità essa può essere realizzata e messa in pratica. Questa è la dottrina, ed insieme il programma, che affonda le sue radici nel “Vangelo del lavoro”».

Alla luce di questa presentazione della Laborem exercens ricaviamo che il “Vangelo del lavoro” sta ad indicare il lieto annuncio che il lavoro: 1) partecipa dell’opera di Gesù Cristo Figlio di Dio incarnato; 2) collabora con la creazione divina; 3) ha una dimensione apostolica morale e spirituale; e 4) implica una spiritualità.

La rilevanza assunta dalla espressione “Vangelo del lavoro” nell’attuale testo delle Costituzioni deriva, sicuramente, dalla sensibilità ecclesiale della Commissione incaricata della revisione del cap. V ma è facile immaginare che provenga, in profondità, anche dalla sua sensibilità francescana che ha intuito d’istinto la sintonia fra “Il Vangelo del lavoro” e la formula fondamentale del carisma francescano “osservare il Santo Vangelo!”, estesa anche al nostro modo di lavorare.

L’espressione “Il Vangelo del Lavoro”, proprio perché si presenta come inconsueta ed innovatrice, attira l’attenzione come indicazione di un nuovo approccio interpretativo del lavoro. Essendo poi una formula pregnante, capace di raccogliere in sé i fondamenti evangelici del lavoro, possiamo assumerla come contesto entro cui inquadrare, ma anche illuminare, quanto viene esposto nell’art. 78 nella triplice visione: trinitaria storico-salvifica, carismatica francescano-cappuccina e antropologico-cristiana.

B. MOMENTI FONDAMENTALI DEL VANGELO DEL LAVORO

Alla luce del “Vangelo del lavoro”, entriamo direttamente nel n. 78, soffermandoci brevemente su ciascuno dei tre fondamenti proposti.

1. Visione trinitaria storico-salvifica: 78,1-3

Nei primi tre commi del n. 78 il lavoro è visto alla luce della azione storico-salvifica della SS. Trinità: nel “disegno originario” di Dio Padre, nella incarnazione del Figlio Gesù Cristo e nella animazione ecclesiale dello Spirito Santo.

Nel disegno originario di Dio Padre (n. 78,1) il lavoro risulta essere una vera e propria vocazione “a partecipare all’opera della creazione” e a corrispondere al disegno originario di Dio e, conseguentemente, incide nella formazione dell’uomo stesso attraverso una triplice azione: la maturazione personale individuale, l’aiuto al prossimo e il miglioramento della società.

Nelle annotazioni a questo testo, creato ex novo, la Comissione per la revisione sottolinea che ha inteso evidenziare i seguenti aspetti:

- Il lavoro va compreso come vocazione di Dio Padre rivolta a tutti gli uomini, universalmente, affinché partecipino alla sua creazione operata con sapienza e amore[6].

- Il lavoro va quindi inteso fondamentalmente come corrispondenza dell’uomo al disegno originario di Dio ed anche come restituzione del creato a Dio stesso[7].

- In tale corrispondenza, il lavoro diventa mezzo di formazione dell’uomo nelle sue dimensioni fondamentali. Infatti, lavorando l’uomo “matura se stesso” (aspetto individuale), “aiuta il prossimo” (aspetto comunitario) e “coopera al miglioramento della società” (aspetto socio-culturale)[8].

Questo comma 78,1 lascia trasparire il suo fondamento biblico in Gen 1,28 che assicura la benedizione di Dio sul lavoro umano inteso nella sua accezione più ampia, dalla cooperazione nella trasmissione della vita umana al dominio sul cosmo nelle sue tre dimensioni: cielo, acqua, terra.

Ma in primo piano vi si sente l’insegnamento della Costituzione pastorale del Vaticano II, Gaudium et spes, nei nn. 34-35, dalla quale vengono riprese non solo la visione del valore di ogni attività umana e specificamente del lavoro ma anche tre qualificazioni illuminanti: 1) il lavoro come collaborazione con Dio nel creato e nella storia della salvezza, in linea con il n. 34/b dove si riconosce che gli uomini “con il loro lavoro prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia” (n. 34b); 2) il lavoro come restituzione della creazione a Dio, in linea con il 34/a che rievoca la benedizione di Dio, come comando all’uomo “di riportare a Dio se stesso e l’universo intero, riconoscendo in Lui il creatore di tutte le cose; in modo che, nella subordinazione di tutta la realtà dell’uomo, sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra” (n. 34 a); 3) il lavoro come realtà finalizzata all’uomo e alla sua perfezione, in linea con l’esordio del n. 35 dove si afferma che “l’attività umana, come deriva dall’uomo, così è ordinata all’uomo. L’uomo infatti quando lavora non solo modifica le cose e la società, ma anche perfeziona se stesso” (35). Si tratta di luci che la Commissione ha trovato confermate anche nella Laborem exercens n. 25 e nella proposizione n. 14 del VI CPO[9] (Assisi 1998).

 Infine merita particolare attenzione un dettaglio che, però, apre ad una ulteriore luce. È l’inciso: “che ha fatto ogni cosa con sapienza e amore”, attribuito a Dio Padre creatore. È una qualificazione desunta dalla IV Preghiera Eucaristica. In questo modo, il fondamento biblico e magisteriale è stato arricchito dalla Commissione con un riferimento liturgico ritenuto molto appropriato al contesto[10]. Il lavoro, partecipazione alla azione creatrice di Dio Padre, viene collegato anche alla sua sapienza creatrice ed amorosa e, in quanto inserito in un testo liturgico, indirettamente, viene situato nel contesto del rendimento di grazie a Dio e connotato di valenza cultuale come espressione del nostro sacerdozio regale.

Il lavoro, oltre che dal suo coinvolgimento nel disegno originario di Dio, deriva il suo valore dalla sua assunzione da parte del Verbo di Dio fatto uomo, Gesù Cristo, si è coinvolto personalmente nel lavoro umano esperimentandone la fatica, inerente alla condizione umana che aveva assunto (n.78,2). Si precisa subito che, proprio in forza di questo coinvolgimento con la condizione umana del Figlio di Dio, il lavoro risulta ora segnato dalla dignità della sua persona divino-umana e della missione salvifica ed è, quindi, strumento di salvezza per tutti. Infine si rievocano le tre forme principali del lavoro di Gesù: il lavoro con le proprie mani, la cura delle miserie umane, la proclamazione del Regno di Dio.

L’intenzione della Commissione è di fondare la dignità del lavoro, in linea con la Laborem exercens n. 26, che vede Gesù come “uomo del lavoro”, e appartenente al “mondo del lavoro”[11]. In questa ottica, merita citare anche una ulteriore aspetto che la Laborem exercens ha espresso nella parte finale del n. 26, dove invita a contemplare lo sguardo amoroso di Gesù sul lavoro umano:

«… si può dire di più: egli guarda con amore questo lavoro, le sue diverse manifestazioni, vedendo in ciascuna una linea particolare della somiglianza dell'uomo con Dio, Creatore e Padre. Non è lui a dire: «il Padre mio è il vignaiolo ...» (Gv 15,1), trasferendo in vari modi nel suo insegnamento quella fondamentale verità sul lavoro, la quale si esprime già in tutta la tradizione dell'Antico Testamento, iniziando dal Libro della Genesi?»

Gesù, dunque, “guarda con amore” il lavoro umano perché vede in esso la somiglianza dell’uomo con Dio Padre creatore del mondo umano.

La relazione dello Spirito Santo con il lavoro (n. 78,3) è un comma introdotto ex novo dalla Commissione per completare la visione trinitaria del lavoro. L’azione dello Spirito Santo viene vista nel fatto che egli, in quanto “creatore e santificatore”, “anima la Chiesa ad annunciare il Vangelo del lavoro”.

Si tratta dunque di una relazione che si fonda innanzitutto sul fatto che lo Spirito Santo è coinvolto con la creazione nella quale interviene specificamente come santificatore. La qualificazione data allo Spirito Santo “creatore e santificatore” è stata voluta esplicitamente dal Capitolo generale al posto della formula “principio e perfezionatore della creazione” proposta dalla Commissione per la revisione[12]. Tuttavia, nella formula “creatore e santificatore” proprio perché si riferisce alla creazione, che è un evento dinamico in continua attuazione, e alla santificazione, che è un processo di continua interazione e comunione con Dio stesso, si implica che lo stesso Spirito Santo sia un principio dinamico. Del resto ciò è ben documentato nelle S. Scritture. Quindi, nella qualifica “creatore e santificatore” data allo Spirito Santo nel contesto del suo ruolo anche nel nostro modo di lavorare, va tenuto presente, almeno a livello di commento, il carattere dinamico dello Spirito Santo. Vale la pena perciò ricuperare la prospettiva della Commissione per la revisione che, nella nota esplicativa[13], rinvia alla dottrina classica di Tommaso d’Aquino in Summa contra gentiles IV,20, n. 2-3, sugli effetti dello Spirito Santo nella creazione e nell’uomo. Qui s. Tommaso invita a contemplare il mistero di Dio che, in quanto Amore ed in quanto ama la sua bontà, è simultaneamente anche causa della creazione (“Amor igitur quo suam bonitatem amat, est causa creationis rerum”). In questo contesto lo Spirito Santo è presentato come “principio della creazione” (“principium creationis” n. 2) e inoltre come “principio del movimento” (“motionis principium” n.3). La Commissione rinforza la sua visione dinamica dello Spirito Santo con “Gaudium et spes” n. 26 che evidenzia la presenza dello Spirito Santo nel progresso e nello sviluppo dell’ordine sociale teso al bene e alla promozione della persona umana: “Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza, dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione”. Infine, come se non bastasse, nella nota esplicativa veniamo rinviati anche all’inno liturgico “Veni Sancte Spiritus” di Stefano di Langton, suggerendoci indirettamente che lo Spirito Santo creatore si manifesta nel “ricreare” il cuore dell’uomo, che evidentemente, coincide con il processo dinamico della santificazione.

Questa azione creatrice e santificatrice dello Spirito si concretizza nel fatto che Egli “anima la chiesa ad annunciare il Vangelo del lavoro”. Il ruolo dello Spirito Santo come principio creatore e santificatore passa, dunque, attraverso la Chiesa che da lui è animata a dare il lieto annuncio sul lavoro umano. L’affermazione si muove sullo sfondo della visione agostiniana dello Spirito Santo “anima della Chiesa”[14] e della Lumen gentium n. 4 dove si afferma che lo Spirito Santo “con la forza del Vangelo fa ringiovanire la Chiesa, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione con il suo Sposo”. Questo compito di animazione ad “annunciare il Vangelo del Lavoro” in concreto si attua come “unione della luce della Rivelazione” con l’impegno umano nel promuovere il valore del lavoro e la dignità della persona del lavoratore. Come è esplicitamene dichiarato nella nota esplicativa relativa a questo comma, si riprende qui l’insegnamento della Gaudium et spes n. 33[15]:

«L’espressione finale del testo è ricavata da GS n. 33: “La Chiesa, che custodisce il deposito della parola di Dio, da cui vengono attinti i principi per l’ordine morale religioso, anche se non ha sempre pronta la soluzione per ogni singola questione, desidera unire la luce della rivelazione alla competenza di tutti, allo scopo di illuminare la strada sulla quale si è messa l’umanità”. L’espressione conciliare manifesta un atteggiamento di umiltà e di apertura al mondo e alla società da parte della Chiesa. Il testo proposto per le Costituzioni è pensato precisamente allo scopo di sottolineare lo stesso atteggiamento».

L’azione dello Spirito Santo sul lavoro attraverso la Chiesa consiste dunque propriamente nella illuminazione che egli le dà quando essa si mette in umile discernimento di quanto viene proposto da coloro che hanno competenza e conoscenza diretta di questa realtà terrestre.

2. Visione carismatica francescano-cappuccina: 78,4-5

Nei commi 4 e 5 del n. 78, il lavoro viene presentato sempre alla luce del “lieto annuncio”, riletto però nell’ottica del carisma di s. Francesco e della nostra tradizione cappuccina.

La visione del lavoro in S. Francesco fa leva sul fatto che egli ha lavorato con le proprie mani e sulla sua esplicita volontà di praticarlo. Si evidenzia la sua singolare concezione di lavoro inteso come “una grazia da accogliere e vivere con gratitudine”. Infine, si rievoca la sua duplice esortazione a “fuggire l’ozio” e a lavorare “con fedeltà e devozione”.

La visione del lavoro della nostra tradizione cappuccina viene descritta a partire dalla sua visione come “grazia” che viene subito caratterizzata come dono che non esime dalla fatica ma che anzi la include e simultaneamente comporta responsabilità, letizia, lode di Dio e servizio al popolo. Inoltre viene precisato che il nostro lavoro, inteso come espressione della nostra minorità, ci impegna ad essere partecipi della condizione di quanti devono procurarsi il necessario per vivere.

L’esperienza carismatica francescano-cappuccina è qui sintetizzata nella espressione: “la grazia del lavoro” derivata dal cap. V della Regola Bollata. A questo proposito, va segnalato che la Commissione ha voluto riservare l’espressione “grazia di lavorare” esclusivamente al carisma francescano cappuccino, tanto che l’ha soppressa da altri contesti dove precedentemente era stata inserita. In modo particolare figurava nella visione del lavoro in rapporto con Dio Padre. Una nota esplicativa in Proposta1 documenta la decisa presa di posizione della Commissione nel riservare la formula “grazia del lavoro” al solo carisma francescano[16]:

«Viene soppresso in questo punto [= “Dio Padre …ci chiama a cooperare …con la grazia del lavoro”] l’accenno alla grazia del lavoro (Rb5), che verrà evidenziato abbondantemente in seguito, in un contesto più specificamente francescano».

Un’altra nota esplicativa[17] ribadisce:

«Il ripetuto riferimento alla grazia del lavoro è giustificato dalla novità di questa espressione, usata per primo da s. Francesco (Rb 5: FF88)»

I due commi, in 78,4-5, relativi alla visione del lavoro nel carisma francescano cappuccino, sono entrambi polarizzati sulla “grazia del lavoro” che, dunque, nella intenzione della Commissione, sembra assurgere a categoria centrale e generale della esperienza francescana per esprimere in concreto il “Vangelo del lavoro”, sia come segno di gratitudine a Dio sia come realtà impegnativa e faticosa. Con perspicacia la Commissione ha evidenziato che già in s. Francesco la grazia del lavoro implica sia la modalità gratificante come anche la modalità pesante. Dopo il richiamo alla novità dell’espressione, la Commissione motiva la sua interpretazione rifacendosi a s. Francesco ma anche alla Costituzioni del 1968 e ai documenti magisteriali in questi termini[18]:

«[S. Francesco] nel Testamento parla anche di lavoro ‘pesante’ (laboritium). Perciò anche in questo paragrafo che si riferisce a noi, sembra importante unire la ‘grazia’ e la ‘fatica’ del lavoro (Cfr. Rb 5,1, Audite Poverelle 10-12; 2Test 20: FF 88, 263/1; 119. Inoltre il testo ricupera la prospettiva delle Costituzione del 1968 (cfr. n. 64) per presentare la visione esperienziale del lavoro, che è anche onus, pondus, fatica e comporta sforzo e sacrificio, ecc., aspetti sottolineati dai documenti del Vaticano II e da altri documenti del Magistero, nonché dal costante pensiero della Chiesa. In riferimento alla vita religiosa, cfr. in particolare Perfectae caritatis n. 13 e Evangelica Testificatio 20».

Letizia e fatica, sono due aspetti inscindibili nella visione francescana della “grazia di lavorare”. Prendiamo atto che essi rinviano al lieto annuncio evangelico che resta tale anche quando parla di passione e di morte di Gesù. Dunque, nel duplice aspetto della “grazia del lavoro” vi è un sottile rinvio al “Vangelo del lavoro”, vissuto da Gesù, come ci è stato presentato dalla “Laborem exercens”.

 Non va trascurato in particolare che la “grazia del lavoro” in s. Francesco è presentata come un dono da “accogliere e vivere con gratitudine” e conseguentemente “con fedeltà e devozione” (78,4). Ugualmente nella tradizione cappuccina dove la grazia del lavoro, nonostante la fatica, va assunta “con animo lieto a lode di Dio e a servizio del suo popolo” (78,5). “Gratitudine”, “devozione” e “lode” implicano una attitudine di rendimento di grazie, come ha bene messo in risalto fr. Francesco Polliani nel suo commento[19]:

«Non soltanto si rende grazie a Dio con la preghiera (cf. Eucaristia) ma anche con il lavoro. Esso è attività cultuale, con la quale si ‘rende grazie’ e si ‘rende lode’, oltre che prestare un ‘servizio ai fratelli’ e procurarci il ‘necessario per vivere’».

Questa visione del lavoro come rendimento di grazie in relazione esplicita alla Eucaristia verrà espressa formalmente più avanti in 80,4 ma è interessante rilevare che essa è già implicita nella formula “la grazia di lavorare”.

La densità di questa formula francescana non era sfuggita alle nostre Costituzioni che la avevano già anticipata sempre in riferimento al lavoro secondo il nostro carisma, nel contesto del cap. II, nell’art. VI dedicato alla “Formazione al lavoro e al ministero”, che nel n. 37,4 prescrive:

«E’ compito dell’Ordine aiutare ogni frate a sviluppare la propria grazia di lavorare. Svolgendo il loro lavoro, infatti, i frati si sostengono vicendevolmente nella vocazione e vi è incrementata l’armonia della vita fraterna».

Tale “grazia del lavoro”, pur richiamata nel riferimento ai doni del singolo frate, è però messa in relazione anche con la vita fraterna il cui primato in ogni servizio compiuto dal singolo frate è ribadito, subito dopo, nel comma n. 37,6:

«Si abbia la massima cura che la preparazione per il lavoro e l’apostolato si sviluppi nel vero spirito di servizio, in coerenza con la consacrazione religiosa e sia armonizzata al cammino della iniziazione, assicurando il primato della vita fraterna”.

La “grazia del lavoro” riappare ancora una volta in 38,2:

«Perciò mentre apprendono un’abilità manuale e una solida cultura, [i frati] procurino di diventare santi e nello stesso tempo competenti nella particolare grazia del lavoro».

La “grazia del lavoro” anche qui è riferita al dono specifico di ciascun frate, e in concreto sia alla abilità manuale sia alla solida cultura, sia, soprattutto, all’impegno di tensione alla santità. Siamo infatti a ridosso del comma 38,1 che esorta tutti i frati a “desiderare di avere lo Spirito del Signore e la sua santa operazione”.

 “La grazia di lavorare” verrà ripresa in 81,4, nel contesto della pluriformità del nostro lavoro, e poi in 86,1 in rapporto al riposo nel contesto delle implicazioni socio-culturali del lavoro. Nel nostro carisma il lavoro, sia nelle sue varie attività come anche nelle sue esigenze intrinseche come il riposo e la retribuzione, è sempre grazia. Dunque, questa categoria francescana è suscettibile di includere tutte modalità di lavoro assunte nel nostro carisma. In s. Francesco la “grazia del lavoro” è vissuta con gratitudine tale da far fuggire l’ozio e da armonizzarsi con la fedeltà e la devozione. Nella tradizione cappuccina è vissuta ed accolta anche con il suo peso di fatica, pur sempre con letizia e lode, e nello stesso tempo in spirito di minorità. Potremo perciò valorizzarla per inquadrare nel suo contesto tutti gli aspetti fondamentali del lavoro in ottica francescano-cappuccina che incontreremo più avanti nei nn. 79-80.

3. Visione antropologica cristiana: 78,6-8

Nei tre commi del n. 78,6-7-8 le Costituzioni ci esortano a perseguire tre finalità nel nostro lavoro: promuovere nel popolo un’autentica spiritualità del lavoro (78,6), testimoniare il senso umano del lavoro 78,7) e tutelare la dignità dei lavoratori e del lavoro stesso (78,8).

Questa triplice esortazione è presentata in stretto collegamento ed in applicazione concreta con la “grazia del lavoro” della nostra tradizione cappuccina, come è chiarito nella Proposta di revisione 2[20]:

«In conclusione è da rilevare che il n. 80 [NB: nel testo definitivo è il n. 78!] costituisce il proemio del capitolo V. Esso può dividersi in due parti: la prima parte (i primi tre paragrafi) si sviluppa con un procedimento anamnetico e ci presenta innanzitutto i fondamenti teologico-spirituali (trinitari e cristologici) del lavoro; poi l’esempio di s. Francesco. La seconda parte delinea la nostra risposta alla “grazia del lavoro” (78,5) e in stretta continuità come specificazione della stessa risposta, ci offre un particolare messaggio sulla spiritualità del lavoro da vivere e da diffondere (78,6), uno stimolo a vivere “la nostra profezia del lavoro” o la “profezia del nostro lavoro” (78,7) e infine una istanza sulla nostra presenza apostolica nel mondo del lavoro (78,8)».

Si tratta di tre commi creati ex novo dalla Commissione che però inizialmente li aveva collocati in differenti contesti: i commi 78,6 e 8 erano stati collocati a completamento ed approfondimento del tema della pluriformità delle nostre attività (che ora corrisponde all’art. 81), mentre il 78,7 figurava nel contesto del lavoro nella vita fraterna (l’attuale n. 79). Nella redazione definitiva della revisione del cap. V, questi tre commi sono stati trasferiti e unificati nell’articolo fondamentale posto in apertura del capitolo. Questo collegamento delle tre finalità intrinseche del lavoro con il nostro carisma mira, in ultima analisi, a collocarle nel contesto dei fondamenti e quindi, pur riferite esplicitamente al nostro carisma, a mio modesto avviso, sarebbero piuttosto da considerarsi quali lineamenti di antropologia cristiana del lavoro: sono tre aspetti essenziali della natura del lavoro anche a prescindere dal nostro carisma.

In realtà, il lavoro umano si configura come realtà terrestre che ha in se stessa delle caratteristiche intrinseche; queste però ricevono nuova luce e comprensione nel contesto dell’opera creatrice di Dio Padre, della testimonianza salvifica di Gesù Cristo e dell’azione santificante dello Spirito Santo. Tali caratteristiche, in ultima analisi, fanno riferimento al senso profondo del lavoro identificato dalla Commissione nelle tre dimensioni che, a partire dal loro contenuto, possiamo anche denominare: senso spirituale (78,6), senso umano (78,7) e senso sociale- interpersonale (78,8).

Il senso spirituale del lavoro è svelato dal suo collegamento con il mistero pasquale di Cristo per cui diventa “mezzo di santificazione” ed anche, tramite la fatica di ogni giorno, cooperazione “con il Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità e al compimento del Regno”. In altri termini, il lavoro è segnato dalla legge della croce gloriosa di Gesù, in quanto implica da una parte, fatica, sudore, e dolore ma, dall’altra, anche elaborazione, trasformazione e realizzazione. La croce è dunque nella struttura stessa del lavoro, ed è presente anche a prescindere dal fatto che non se ne abbia consapevolezza. Tuttavia, se viene vissuto consapevolmente con fede, il lavoro diventa mezzo di santificazione in quanto comporta una progressiva apertura alla trascendenza e alla creatività di Dio per cui l’azione umana diventa “santa”: “azione” che “santifica”! In questo modo, il lavoro diventa anzi cooperazione con il mistero pasquale di Gesù in redenzione dell’umanità e in compimento del Regno di Dio.

Presentando questo comma in una nota esplicativa, la Commissione sottolinea la novità di questo paragrafo nelle Costituzioni e ne indica le fonti principali da cui dipende:[21]:

«… si parla per la prima volta della spiritualità del lavoro e se ne delineano i tratti essenziali alla luce del mistero di Cristo e del suo messaggio. La formulazione del testo dipende dal n. 27 della Laborem exercens, ma trova ispirazione anche in Gaudium et spes, (nn. 36 e 67) e nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa (nn. 263-266)».

Tra queste fonti illuminante è Laborem exercens n. 27 che è presupposta in 78,6 e ci aiuta a motivare in particolare il passo nel quale si afferma che il lavoro “riceve la sua luce più grande dal mistero pasquale di Cristo”:

«Nel lavoro umano il cristiano ritrova una piccola parte della croce di Cristo e l'accetta nello stesso spirito di redenzione, nel quale il Cristo ha accettato per noi la sua croce. Nel lavoro, grazie alla luce che dalla risurrezione di Cristo penetra dentro di noi, troviamo sempre un barlume della vita nuova, del nuovo bene, quasi come un annuncio dei “nuovi cieli e di una terra nuova” (Cf 2 Pt 3, 13; Ap 21, 1), i quali proprio mediante la fatica del lavoro vengono partecipati dall'uomo e dal mondo. Mediante la fatica - e mai senza di essa. Questo conferma, da una parte, l'indispensabilità della croce nella spiritualità del lavoro umano; d'altra parte, però, si svela in questa croce e fatica un bene nuovo, il quale prende inizio dal lavoro stesso: dal lavoro inteso in profondità e sotto tutti gli aspetti - e mai senza di esso. È già questo nuovo bene - frutto del lavoro umano - una piccola parte di quella «terra nuova», dove abita la giustizia? (Cf 2 Pt 3, 13) In quale rapporto sta esso con la risurrezione di Cristo, se è vero che la molteplice fatica del lavoro dell'uomo è una piccola parte della croce di Cristo? Anche a questa domanda cerca di rispondere il Concilio, attingendo la luce dalle fonti stesse della Parola rivelata: “Certo, siamo avvertiti che niente giova all'uomo se guadagna il mondo, ma perde se stesso (cfr. Lc 9, 25). Tuttavia, l'attesa di una terra nuova non deve indebolire, bensì stimolare piuttosto la sollecitudine a coltivare questa terra, dove cresce quel corpo dell'umanità nuova che già riesce ad offrire una certa prefigurazione che adombra il mondo nuovo. Pertanto, benché si debba accuratamente distinguere il progresso terreno dallo sviluppo del Regno di Cristo, tuttavia nella misura in cui può contribuire a meglio ordinare l'umana società, tale progresso è di grande importanza per il Regno di Dio.” Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 39: AAS 58 (1966), p. 1057».

La Commissione, oltre a motivare teologicamente la spiritualità del lavoro, si affretta a ribadirne l’importanza e l’urgenza pastorale, innanzitutto alla luce della Dottrina sociale della Chiesa[22] e, immediatamente a ridosso, nella stessa nota, ne ribadisce la congenialità con il nostro carisma francescano che si caratterizza per la pastorale popolare, richiamataci pure da Paolo VI nel discorso al capitolo generale del 1968[23]:

«Per vivere la grazia del lavoro, dobbiamo sviluppare in noi stessi un’autentica spiritualità del lavoro e, partecipi della missione della Chiesa, siamo anche tenuti a diffonderla, corrispondendo a una specifica istanza che la Chiesa stessa ci rivolge: “Ci siamo spesso domandati come mai i Figli di s. Francesco non siano presenti quanto a loro converrebbe in mezzo alle masse lavoratrici, con la loro parola popolare, con la loro vocazione di condividere il pane sudato dell’umile gente, e con la loro capacità di far fiorire la letizia e la speranza sulle spine della vita! Lo sappiamo: siete già molto impegnati, e siete pochi rispetto alle chiamate che si moltiplicano d’intorno a voi; ma vi dica questo nostro accenno quanto pensiamo possibile e provvidenziale la vostra missione nel mondo” (Paolo VI, Discorso al capitolo generale del 1968)».

In 78,7 si passa a mettere a fuoco il senso umano.  Questo si manifesta nell’esercizio del lavoro “in libertà di spirito”, nella sua natura di “mezzo di sostentamento e di servizio”, e, in ultima analisi, nell’essere per noi espressione concreta della povertà evangelica. L’intrinseca natura umana del lavoro è, quindi, in netta contrapposizione con una visione di lavoro come strumento di mero profitto economico e come attività individualistica.

La Commissione corrobora questo nuovo comma con una nota esplicativa che ci fa sentire la preoccupazione di salvaguardare il carattere umano del lavoro e che ci mostra come questa dimensione è connaturale al nostro carisma di povertà e minorità. Scrive infatti[24]:

«Il testo già introdotto in PdR1 riceve una nuova formulazione. Esso si ispira sia a Vita consecrata (cfr. n. 89 ma anche n. 82 e 90) sia a Evangelica Testificatio (cfr. n. 20). La professione della povertà evangelica è risposta alla provocazione del materialismo avido di possesso, che subordina il lavoro alla logica del profitto e lo riduce a strumento di potere individuale; noi siamo chiamati a testimoniare il senso umano del lavoro e al sua genuina natura».

Per evidenziare il senso umano del nostro lavoro di persone consacrate al Signore è illuminante metterci in ascolto del testo citato: Evangelica testificatio n. 20:

«Voi saprete ugualmente capire il lamento di tante vite, trascinate nel vortice implacabile del lavoro per il rendimento, del profitto per il godimento, del consumo, che, a sua volta, costringe ad una fatica talora inumana. Un aspetto essenziale della vostra povertà sarà dunque quello di attestare il senso umano del lavoro, svolto in libertà di spirito e restituito alla sua natura di mezzo di sostentamento e di servizio. Non ha messo il Concilio, molto a proposito, l’accento sulla vostra necessaria sottomissione alla "legge comune del lavoro"? Guadagnare la vostra vita e quella dei vostri fratelli o delle vostre sorelle, aiutare i poveri con il vostro lavoro: ecco i doveri che incombono su di voi. Ma le vostre attività non possono derogare alla vocazione dei vostri diversi istituti, né comportare abitualmente lavori, che siano tali da sostituirsi ai loro compiti specifici. Esse non dovrebbero neppure trascinarvi in alcuna maniera verso la secolarizzazione, con detrimento della vita religiosa. Siate dunque solleciti dello spirito, che ci anima: quale fallimento sarebbe, se vi sentiste "valorizzati" unicamente dalla retribuzione di lavori profani».

Infine, viene focalizzato il senso relazionale-esistenziale del lavoro. Il comma 78,8, rinviando alla dottrina sociale della Chiesa, mette a tema la tutela della dignità dei lavoratori e del lavoro. Di qui l’esortazione a prendersi a cuore coloro che non riescono a trovare lavoro.

La Commissione per la revisione è consapevole che anche questa è una nuova proposta all’interno delle Costituzioni e ne giustifica l’inserimento già in una nota esplicativa della Proposta di revisione 1[25], ribadita in una nota esplicativa nella Proposta 2[26] dove si evidenzia l’impegno di fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa e l’importanza del rapporto lavoro-lavoratori:

«Riallacciandoci alla raccomandazione del VII CPO (n.33) e seguendo nella sua formulazione il Progetto 2006 (n.53,4) questo nuovo testo intende impegnarci alla fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa e richiama l’attenzione sulla dignità sia del lavoro stesso che dei lavoratori, come anche di coloro che ne sono privi”.

Per quanto sobria, questa esplicitazione è estremamente significativa per almeno due implicazioni. Il tema della “dignità” suppone il riconoscimento del lavoro come realtà creata che possiede un valore oggettivo a prescindere da tutte le interpretazioni estrinseche. Vi è poi la consapevolezza che tale dignità sorge dal rapporto relazionale interpersonale fra lavoratori e lavoro.

Questa connessione fra lavoratore e lavoro, in riferimento alla loro reciproca dignità, è appena accennata in questo comma, necessariamente sintetico, ma essa contiene potenzialmente la profonda visione del lavoro come caratteristica essenziale della condizione umana. Se ne può trovare un approfondimento nella relazione del prof. Mauro Magatti tenuta all’VIII CPO, il quale, fra l’altro, invita a vedere come l’intrinseca relazione fra lavoro e lavoratore è condizione della esistenza umana, alla luce anche del contributo di Hanna Arendt in “Vita activa” (USA 1958 e in Italia nel 1964). Il comma, dunque, orienta l’attenzione sul fatto che il rapporto tra lavoratore e lavoro determina la condizione dell’esistenza umana e incide sull’esistenza personale del lavoratore. Se nel comma precedente, relativo al senso umano del lavoro, l’accento cadeva sulla funzionalità del lavoro alla persona umana tanto da non poter assolutizzare il lavoro, qui viene ricuperata la dimensione complementare secondo la quale un essere umano riceve volto e senso anche dal suo lavoro e in mancanza di esso si debilita.

A conclusione della visione teologico trinitaria economica del lavoro, sinteticamente esposta in 78,1-8, merita richiamare alla memoria il n. 64 delle Costituzioni del 1968[27] la cui esauriente trattazione è stata sviluppata ed integrata dalla Commissione con opportune puntualizzazioni, specialmente con l’inclusione dell’azione animatrice dello Spirito Santo e con il riferimento alla “grazia del lavoro” che è stata riservata esclusivamente alla visione del lavoro nel carisma francescano ma nello stesso tempo è stata tenuta presente, ricuperando la sua visione del lavoro quotidiano come fatica e peso e soprattutto incluso nell’offerta e nella celebrazione eucaristica:

«Dio Padre, che opera continuamente, con la grazia del lavoro ci chiama a collaborare al compimento della creazione e insieme allo sviluppo della nostra personalità: con esso ci uniamo ai nostri fratelli e promuoviamo una migliore condizione della società. Gesù Cristo ha conferito al lavoro una ulteriore dignità e lo ha reso universale mezzo di salvezza, lavorando con le proprie mani, sollevando la miseria dell’umanità e predicando l’annuncio del Padre. Memori di s. Francesco, che esortò i figli a lavorare fedelmente e devotamente, assoggettiamoci volentieri alla legge comune del lavoro ed impegniamoci, perché la nostra attività, anche per la sua qualità, sia lode a Dio e di aiuto agli uomini. Perché tutto poi contribuisca allo spirito di devozione, rivolgiamo con slancio d’amore le nostre intenzioni e le nostre forze a Dio, offriamo il lavoro quotidiano con le sue difficoltà nella celebrazione eucaristica, consacrandolo così al Padre per mezzo di Cristo».

Il confronto con questo testo delle Costituzioni del 1968 comprova che la revisione delle Costituzioni, pur integrando e accentuando alcuni aspetti del nostro modo di lavorare, è in continuità con lo spirito del nostro carisma.

III. LA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: nn. 79-80

Il testo del cap. V, dopo aver presentate le coordinate fondamentali, entro le quali comprendere alla luce della rivelazione cristiana il nostro modo di lavorare, si concentra sulla visione specificamente francescano-cappuccina nei nn. 79-80, riprendendo, esplicando e sviluppando i lineamenti essenziali già enunciati in 78,4-5.

Il n. 79 analizza il nostro modo di lavorare in spirito di fraternità e di minorità. Il n. 80 ne evidenzia la finalità ultima nello “spirito di orazione e devozione al quale tutte le altre cose devono servire”. Ritornano, approfondite, le caratteristiche del lavoro secondo il nostro carisma che, se non proprio nella lettera, almeno nella sostanza corrispondono alle connotazioni espresse con la categoria “la grazia di lavorare”, la quale - mi sia concesso ripeterlo - si presta ad essere utilizzata per fissare tutti i lineamenti essenziali del “Vangelo del lavoro”, riletto in chiave tipicamente francescano-cappuccina. La “grazia del lavoro” in concreto, secondo i due nn. 79 e 80, si attua: in fraternità e minorità (79,1-4) e in spirito di orazione e devozione (80,1-4).

A. LAVORO IN FRATERNITÀ E MINORITÀ: 79,1-4

Il n. 79 si apre con la seguente decisa affermazione:

“Il lavoro è il mezzo fondamentale per il nostro sostentamento e per l’esercizio della carità”

Il lavoro è qui motivato, in modo sobrio e conciso, con la necessità di provvedere al sostentamento vitale necessario della fraternità ma anche come “esercizio della carità” ossia come espressione concreta del nostro amore verso Dio e verso il prossimo.

L’affermazione che il lavoro è il “mezzo fondamentale per il nostro sostentamento” introduce una netta cesura con la visione di noi frati come “ordine mendicante”, il cui sostentamento era strettamente collegato alla questua. Sappiamo bene che questa modalità di sostentamento, ampiamente riconosciuta ed accettata nella cultura nella quale sono fioriti gli ordini mendicanti, nell’attuale contesto sociale è quasi impraticabile. Diventa quindi necessario impegnarsi in altri modi per il sostentamento della fraternità; modi che, comunque, essendo in funzione di una esigenza fondamentale e vitale della fraternità, implicano il superamento dell’individualismo e la condivisione con i confratelli.

Quanto enunciato in 79,1 ha trovato un deciso appoggio da parte del ministro generale p. Mauro Jöhri nella lettera di presentazione della Proposta di revisione1, dove, rinviando alla esperienza di s. Francesco che lavorava con le proprie mani, mette chiaramente in risalto che la visione del lavoro come mezzo fondamentale del nostro sostentamento corrisponde alla “autenticità e l’interezza” del nostro carisma ed è “parte integrante e necessaria” della vita fraterna:

«E’ un richiamo forte per vivere l’autenticità e l’interezza del carisma, e far sì che il lavoro sia il primo mezzo di sostegno e di sussistenza per la vita vissuta in fraternità. Così il lavoro non ci appartiene come qualcosa di esclusivo che ci aliena dalle esigenze della vita fraterna, ma è parte integrante e necessario di essa. (Lettera di presentazione della Proposta di revisione, Roma 28.11.2009)».

La natura fraterna del nostro lavoro si prolunga e si espande nell’ “esercizio della carità”. Questo aspetto, qui introdotto in modo piuttosto secco, sarà via via concretizzato nei commi successivi, come ad esempio immediatamente in 79,2, dove siamo esortati a impiegare i doni individuali “per la solidarietà verso i poveri con i quali dobbiamo condividere volentieri il frutto del nostro lavoro”. Ma già in questo contesto iniziale esso figura come estensione della nostra fraternità a tutti e come compartecipazione in spirito di minorità con il prossimo.

Il n. 79, nei commi successivi (79,2-3-4), esplicita la relazione del lavoro con il nostro spirito di fraternità e di minorità. Sviluppa questa visione in riferimento ai talenti personali individuali (79,2), alla intrinseca natura fraterna del lavoro (79,3) e alla disponibilità del nostro lavoro ai bisogni del nostro ambiente (79,4).

Vi è innanzitutto, in 79/2, l’esortazione a ciascun frate di “far fruttificare i talenti ricevuti da Dio”, finalizzandoli al bene della fraternità e alla solidarietà con i poveri. Nella Proposta di Revisione1, si fa presente che si è voluto evitare di identificare i doni di ogni singolo frate con la formula “ingegno ricevuto da Dio”, che figurava nel testo ufficiale latino delle costituzioni del 25.03.1990 (n. 76,2: iuxta ingenium a Deo datum”). Al suo posto è stata introdotta l’espressione “talenti dati da Dio” per una maggior fedeltà ai testi evangelici (cfr. Mt 18,24; 25,15.16.20.22.28) come, del resto, avevano già fatto le Costituzioni del 1968 e del 1982 (“secundum talenta a Deo data”)[28]. Con questa annotazione veniamo orientati a considerare i doni individuali non come possesso della natura umana - cui allude la parola latina “in-genium” (da “genus” che rinvia ad una relazione intrinseca con la “stirpe” e il “genere umano”), ma invece come una realtà gratuita, ricevuta in dono, che però lega ad un impegno di responsabilità diretta verso Dio e di corresponsabilità verso la realtà creata e il mondo umano, di cui il “talento evangelico” è indice. In questa ottica risulta evidente che i talenti personali implicano il riconoscimento del dono di Dio, l’apertura alla fraternità e alla solidarietà con i poveri.

Il comma 79/3 concentra l’attenzione sull’intrinseco rapporto fra il nostro lavoro e la fraternità, con una formulazione che sa di enunciazione fondamentale:

«Il lavoro dei singoli frati sia espressione di tutta la fraternità e ne manifesti la comunione di intenti”.

Si afferma che la natura fraterna del lavoro dei singoli frati è manifestata dalla “comunione di intenti”. Questa espressione è frutto di un esplicito ripensamento ed è stata inserita al posto della precedente nuova formula integrativa che si limitava ad esortare ad un generico “sostegno mutuo che ci deve sempre caratterizzare”. Ora invece ci viene prospettato un atteggiamento più profondo indicato come “comunione di intenti”, “allo scopo di esplicitare maggiormente la dimensione fraterna del lavoro”, come assicura la nota esplicativa relativa [29], rinviando agli orientamenti già proposti nel VI CPO specialmente ai nn. 21-22.

Il comma 79,3 prosegue indicando due vie concrete per l’attuazione del lavoro in “comunione di intenti”: il discernimento comunitario nella scelta dei lavori e l’obbedienza ai superiori, fattori che convergono a far sì che il lavoro “venga sempre espletato come mandato della fraternità”.

Nel comma successivo, 79/4, siamo esortati a non appropriarci del nostro lavoro ma a tenerlo sempre aperto ai bisogni della fraternità locale, della circoscrizione e dell’Ordine in spirito di itineranza. Questa precisazione è stata fatta per contemperare il peso dell’affermazione precedente sul “mandato della fraternità” per i singoli lavori: criterio pratico, certamente valido e molto opportuno, ma che non va assolutizzato restringendolo alla fraternità locale o ad un diritto inalienabile del singolo frate. Il “mandato della fraternità” va inteso sempre in relazione alla Fraternità provinciale e alla Fraternità dell’Ordine. Infatti, nella Proposta di revisione1, rinviando al n. 15 del VI CPO, si fa presente che “il mandato della fraternità”, va contemperato con la collaborazione all’interno dell’Ordine. Ne consegue che il “campo di lavoro” di ciascun frate non va assolutizzato come “qualcosa che gli appartiene irrevocabilmente”[30].

B. IL LAVORO IN SPIRITO DI ORAZIONE E DEVOZIONE: 80,1-4

La “grazia di lavorare”, oltre alla visione del nostro lavoro quale mezzo fondamentale di sostentamento e di esercizio di carità, caratterizzato da fraternità e minorità, esposta nel n.79, implica la dimensione soprannaturale e cioè il rapporto di comunione interiore con il Signore stesso datore della grazia, il quale anzi è la Grazia Egli stesso! Ricorrendo ad una distinzione classica, si potrebbe dire che la visione del lavoro come sostentamento, con le sue forme concrete di fraternità e minorità, in qualche modo, è identificabile come “grazia creata”, ossia concretizzazione visibile e comunitaria del lavoro, segno esteriore della nostra comunione con il Signore. Resta ora da vedere il lavoro dal punto di vista della “grazia increata” ossia dal punto di vista del rapporto interiore e soprannaturale di comunione intima con la SS. Trinità. Quanto è stato detto nel contesto della visione trinitaria del lavoro in 78,1-3, ora viene ripreso con nove connotazioni nel contesto del carisma francescano. L’ importanza di questo ulteriore approfondimento è messa in risalto dalla Commissione con il cambio di stile, facendo cioè ricorso all’uso del plurale nelle esortazioni rivolte ai frati[31].

«In tutto questo numero usiamo la prima persona plurale, più conveniente allo stile delle Costituzioni e alla scelta fondamentale fatta nel 1968».

In 80,1 siamo esortati a non porre il lavoro come fine supremo del nostro agire, ma a subordinarlo allo spirito di orazione e di devozione che, non deve mai essere spento, come esorta s. Francesco nella Lettera ad Antonio e nella Regola Bollata 5, 2.

Nei commi successivi 80,2-3 ascoltiamo la raccomandazione pratica ad evitare i due estremi: da una parte, l’attivismo che incide negativamente sull’unione con Dio, sulla nostra persona, sulla vita fraterna e sulla formazione permanente; e, dall’altra, la pigrizia che, oltre a sfruttare il lavoro degli altri, è causa di tiepidezza spirituale e porta all’ozio. Questa raccomandazione è nella quasi totalità opera della Commissione che ha voluto valorizzare l’indicazione del n. 17 del VI CPO (Assisi 1998).

Il comma 80,2 concentra l’attenzione sul pericolo dell’attivismo avvertendo che esso compromette l’unione con Dio, disorienta la nostra persona e ostacola la vita fraterna. È un aspetto che viene motivato in nota, riferendo il detto di s. Francesco: “Dov’è quiete e meditazione, ivi non è affanno né dissipazione” (Ammonizione 27,4; FF 177) ma anche ricorrendo ad una perspicace valutazione del ministro generale fr. John Corriveau nella sua relazione al capitolo generale del 2006[32]:

«L’attivismo è qualcosa di più che una eccessiva dedizione al lavoro. L’attivismo è la causa per cui viviamo in una maniera così superficiale e frenetica che ci rende incapaci di riflessione e ugualmente incapaci di sperimentare la nostra stessa umanità […] Si potrebbe formulare una convincente argomentazione basata sulla esperienza personale che l’attivismo è il nemico non solo della preghiera ma persino dello stesso lavoro, perché l’attivismo rende superficiale»”.

Per quanto riguarda la pigrizia nel lavoro, il comma 80,3 ripropone l’esortazione di s. Francesco nella Regola non bollata 7,5 (FF 24), che fa suo il monito di s. Paolo in 2Ts 3,10: “chi non vuol lavorare neppure mangi”. Avverte poi che la pigrizia porta innanzitutto a deteriorare il rapporto fraterno perché approfitta indebitamente del lavoro altrui ed inoltre compromette la tonalità spirituale perché produce tiepidezza e rende oziosi. È abbastanza evidente qui l’allusione alla severità di s. Francesco verso il frate ozioso come risulta da Cel 75 (FF663) rievocato nella nota esplicativa della Commissione[33].

Si può rilevare che “la grazia di lavorare” nel nostro carisma, nei due commi 80,2-3, per quanto venga colta piuttosto sotto un profilo pratico, non manca di tensione spirituale che, comunque, viene ripristinata pienamente in 80,4, comma totalmente nuovo, che ci offre due elevazioni per ritrovare il senso ultimo del nostro lavoro. Ascoltiamo anzitutto questo bel testo in 80,4:

«Rivolgiamo quindi con amore tutte le nostre intenzioni e le nostre forze a Dio, e nella celebrazione eucaristica, unendoci al sacrificio di Cristo, offriamo al Padre la fatica e il frutto del nostro lavoro quotidiano».

Si evidenzia, dapprima, che tutta la nostra vita è chiamata a rivolgere con amore tutte le nostre intenzioni e forze a Dio. Questo comma, come ci viene presentato nella nota esplicativa[34], ripete , quasi alla lettera il n. 63 delle nostre primitive Costituzioni di S. Eufemia 1536, che vale la pena aver presente:

«63. Unione con Dio «nostro ultimo fine». Dato che il nostro ultimo fine è Dio, al quale ognuno deve tendere con ardore per trasformarsi in Lui (cf 1Cor 6,17), esortiamo tutti i frati a indirizzare a questo segno tutti i loro pensieri, a rivolgere lì tutti i nostri intenti e desideri (cf Col 3,1-2) con ogni possibile impeto d’amore, perché possiamo unirci al nostro ottimo Padre con tutto il cuore, mente e anima, con le nostre forze e virtù (cf Lc 10, 25-28; Mc 12,28-34; Dt 6,5), con attuale continuo intenso e puro amore».

Autentica novità è la seconda parte di questo comma che mostra il collegamento intrinseco fra il nostro lavoro e con il sacrificio eucaristico. Ciò rientra nelle intenzioni esplicite della Commissione[35] che ci rinvia a Lumen gentium n. 34 e alle Costituzioni del 1968, n.64.

Il testo di Lumen gentium n. 34 riguarda propriamente i fedeli laici ma vale per ogni battezzato e quindi anche per la vita consacrata. Vi si dichiara che Gesù, sommo sacerdote, rende partecipe del suo ufficio sacerdotale coloro che sono vivificati dal suo Santo Spirito e conseguentemente tutte le attività, compreso il lavoro giornaliero, se sono compiute nello Spirito Santo «diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell'eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore»[36]. Questa prospettiva era già presente nel testo delle nostre Costituzioni del 1968, n. 64, già citato:

«Perché tutto poi contribuisca allo spirito di devozione, rivolgiamo con slancio d’amore le nostre intenzioni e le nostre forze a Dio, offriamo il lavoro quotidiano con le sue difficoltà nella celebrazione eucaristica, consacrandolo così al Padre per mezzo di Cristo».

IV. PLURIFORMITÀ DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: nn. 81-84

Nei nn. 81-84 le Costituzioni spostano l’attenzione sulle “varie attività” che caratterizzano il nostro modo di lavorare. Da notare che anche in questo contesto si resta entro la visione della “grazia del lavorare”, come vedremo subito in 81,4.

Questa trattazione è aperta dal comma 81,1 in cui le diverse attività sono collegate, da una parte, con “le attitudini di ognuno” e, dall’altra, con “i doni particolari di Dio”.

Il collegamento con “le attitudini di ciascuno” credo possa essere compreso alla luce del principio della pluriformità enunciato dalle Costituzioni al n. 7,4-5. In 7,4 si esorta a ricercare “le modalità più idonee anche pluriformi, per la vita e l’apostolato dei frati, secondo le diversità delle regioni, delle culture, e delle esigenze dei tempi e dei luoghi”. In 7,5 le modalità pluriformi sono accolte nei limiti della salvaguardia della “unità dello spirito genuino” e della “comunione fraterna”, naturalmente “nell’obbedienza ai superiori”, ma anche per favorire “la libertà evangelica nell’agire” in modo che “lo spirito non si estingua”. In questa “libertà evangelica nell’agire” trovano spazio le varie attitudini di ciascuno nel modo di lavorare, che, dunque, vanno riconosciute e promosse ma anche coordinate e convogliate, come tutte le altre attività pluriformi, in “unità di spirito” e in “comunione fraterna”, sulla base delle esigenze dei tempi e dei luoghi, e secondo le diversità delle culture.

In secondo luogo, il riferimento del comma 81,1 ai “doni particolari di Dio” ci rinvia al lavoro inteso come “grazia” di Dio. Troviamo una conferma di questo orientamento in 81,4 dove la varietà delle attività è vista in funzione di “rendere più fruttuosa la grazia del lavoro”. Dunque anche la pluriformità delle nostre attività è “grazia”. Questa armonizzazione fra i doni personali e i doni di Dio, del resto, ha un supporto scritturistico neotestamentario in 1Pt 4,10: “Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio”. Nello stesso tempo ci rinvia anche alla dottrina dei carismi in Rom 12,6-8 e 1 Cor 12,4-11.

Dunque in 81,1 ci viene suggerito di guardare alle varie attività alla luce della pluriformità della grazia del nostro lavoro. Le indicazioni che seguono all’enunciato dell’art. 81,1 offrono innanzitutto i criteri di discernimento nella scelta delle attività (81,2-5), e, dopo una tipologia generica delle attività ordinarie (82,1-4), si concentrano su due attività specifiche: i lavori domestici (83,1-4) e sul lavoro presso estranei (84,1-4).

A. CRITERI DI DISCERNIMENTO: 81,2-5

Il primo criterio di discernimento fra i vari lavori (denominati qui “servizi e ministeri”) è la loro corrispondenza con la vita della fraternità e con le necessità della Chiesa e della società:

“Assumiamo i servizi e i ministeri nella misura in cui corrispondono alla vita della nostra fraternità o lo richieda la necessità della Chiesa e della società”.

La Commissione per la revisione ci invita qui a interpretare la “corrispondenza” come “congruenza”, secondo la formulazione originaria delle Costituzioni del 1968, ricordata nella nota esplicativa a questo testo[37]:

«il testo approvato in quel capitolo (cfr Acta 1968, II, 433) aveva già ‘congruant’, il cui significato va oltre la convenienza (‘convengono’), per indicare più propriamente conformità e coerenza. Quatenus congruant sta a significare sino a che punto possiamo spingerci nel discernimento sui lavori da compiere e vuole prevenire dal qualunquismo: non tutto, ma solo quanto è congruo, cioè adeguato e corrispondente alle esigenze della nostra forma di vita»”.

La “corrispondenza” - “congruenza” dei nostri lavori con il nostro carisma implica:

- la preferenza per le attività che esprimano povertà, umiltà e fraternità, nella convinzione che non vi è alcun lavoro che abbia minor dignità o valore rispetto agli altri (81,3);

- la possibilità di lavorare comunitariamente sia per l’aiuto reciproco fra di noi sia per tener aperto il nostro cuore ai fratelli (81,4);

- la vocazione apostolica della nostra vita (81,5).

Questi tre criteri ci sono offerti per operare il discernimento nella scelta delle nostre attività in conformità e coerenza con il nostro carisma.

B. TIPOLOGIA DELLA NOSTRE ATTIVITÀ ORDINARIE: 82, 1-4

Lo sguardo generale sulla varietà delle nostre attività ordinarie, di cui il n. 82 ci offre una sommaria rassegna, viene fatto alla luce dell’impegno individuale dei frati (82,1-2) e poi alla luce della responsabilità dei superiori (ministri e guardiani) (82,3-4).

La prima serie tipologica identifica i lavori in rapporto con le attitudini di ciascun frate. Ciascuno è invitato a perfezionare la propria cultura nelle sue diverse dimensioni: spirituale, dottrinale e tecnica, per rendere idoneo l’Ordine a corrispondere alla sua vocazione. In questo contesto si accenna al lavoro intellettuale da stimarsi come ogni altro lavoro (82,1).

Al lavoro intellettuale viene subito affiancato il lavoro manuale (82,2) che siamo esortati ad apprezzare per il suo valore ai fini della crescita individuale e comunitaria. Si invita a svolgerlo volentieri ma anche “nel rispetto dei compiti affidati a ciascuno”. A questo proposito, la Commissione, nella nota esplicativa del testo[38], precisa che “i compiti di ciascuno” vanno intesi come “affidati” e non come “appropriati”, per evidenziare che le attività specifiche, riconosciute ad un frate, vanno sempre vissute in sintonia con la nostra vocazione di fraternità e povertà.

La seconda serie di attività specifiche viene presentata alla luce della responsabilità dei superiori (82,3-4). Ad essi si raccomanda innanzitutto di promuovere il lavoro specializzato sulla base delle doti dei singoli frati, fornendo volentieri tempo e mezzi, in vista della loro utilizzazione nella fraternità e nella Chiesa (82,3). In secondo luogo (82,4) i superiori sono esortati ad assegnare i lavori istituzionali (ossia gli uffici e gli incarichi per il bene della Chiesa e dell’Ordine) in corrispondenza con l’attitudine e la competenza di ciascuno. Viene raccomandato però di non distogliere facilmente i frati “dalle attività nelle quali sono esperti”. Si aggiunge che, in ogni caso, vanno salvaguardate la vita fraterna e la disponibilità di tutti all’obbedienza. Il comma 82,4 sottende una duplice preoccupazione: da una parte, l’esigenza di non rimuovere facilmente i confratelli ai quali sono state riconosciute delle attività specialistiche ma, dall’altra, anche il timore dell’immobilismo e dell’individualismo nei detentori di “lavori specializzati”, quando l’obbedienza li chiama a “lavori istituzionali”.

Come si vede il n. 82 riconduce la varietà dei nostri lavori ordinari a quattro tipi: lavoro intellettuale, lavoro manuale, lavoro specializzato, lavoro istituzionale. Accanto a questi ve ne sono altri due sui quali il capitolo focalizza l’attenzione, lasciando intendere di volerli ricuperare nella prassi ordinaria a motivo della loro “congruenza” con il nostro carisma. Si tratta dei lavori domestici e del lavoro presso gli estranei all’Ordine ai quali sono riservati i nn. 83 e 84.

C. I LAVORI DOMESTICI: 83,1-4

Il n. 83, dedicato ai lavori domestici, è stato creato ex novo dalla Commissione delle Costituzioni. Ne dà il motivo nella nota esplicativa riferita a questo testo in PdR1[39]:

«L’istanza che esso esprime è dettata dalla situazione attuale. Finora le Costituzioni non hanno trattato esplicitamente l’aspetto dei servizi domestici, che si ritenevano ovvi nella vita quotidiana dei frati. Ma i cambiamenti degli ultimi decenni hanno portato molte nostre fraternità ad assumere personale stipendiato per i lavori domestici. Da tempo si avvertono i rischi di tali cambiamenti introdotti con facilità e non sempre con criteri condivisi. Perciò, i Consigli Plenari, sia prima che dopo il 1982, hanno trattato il tema (cfr. I CPO, n. 21f; IV CPO, n. 19; V CPO, n. 23c; VI CPO, n. 16) e il Progetto 2006 ne ha tratto le conclusioni, proponendo un testo (n.56,1-5). L’intero numero è pensato con una funzione formativa allo scopo di promuovere una revisione di vita ed una impostazione più conforme alle esigenze della nostra vocazione, prevenendo il rischio dell’imborghesimento».

Il n. 83, al comma 1, si apre con l’esortazione rivolta a tutti i frati di prendere parte ai lavori domestici “in spirito di fraterna comunione”, richiesti, peraltro, dalla nostra vita in povertà e minorità. Si sottolinea che questo tipo di lavoro “favorisce la mutua dipendenza, qualifica la fraternità” e incide sulla credibilità della nostra vita. Come si vede, la motivazione dominante è lo spirito di fraternità. La formulazione di questo comma è basata su VI CPO n. 16, VII CPO nn. 6 e 9. Il VI CPO n. 16 si esprimeva in questi termini:

«n.16. Il lavoro domestico è così importante che chi non vi prende parte indebolisce la fraternità (cfr. IV CPO, n.19). La fattiva collaborazione di tutti i fratelli alla vita ordinaria della fraternità - verificata nel capitolo locale - è utile per far crescere il senso della fraternità, dell’uguaglianza e della reciproca dipendenza o aiuto. Il lavoro domestico ci immette nello stesso stile di vita della gente comune. Non si configura tuttavia come lavoro manuale soltanto; nelle comunità moderne, le mansioni spaziano infatti dall’orto al computer e ogni fratello può mettere a disposizione le sue abilità pratiche o intellettuali.

In alcune aree dell’Ordine spesso viene assunto personale laico per le attività delle nostre case, a causa dell’anzianità, della diminuzione dei frati o dei loro molteplici impegni, soprattutto quando le case sono molto grandi. È possibile ricorrere a tali assunzioni, purché fatte a norma di legge; ma occorre evitare che siano soluzioni scontate e abituali, o tali da ingenerare in noi una mentalità da padroni».

Nel n. 83,2-3 seguono due raccomandazioni in favore dei lavori domestici: una al singolo frate e l’altra ai ministri e alle fraternità.

I singoli frati sono esortati a considerare tali lavori come “parte integrante della vita ordinaria” per cui nessuno è dispensato da questo tipo di lavoro (83,2). Alle fraternità e ai ministri si ricorda il valore di semplicità e di servizio feriale di questo tipo di lavori (83,3).

In riferimento a questa raccomandazione ai ministri e alle fraternità la Commissione nella nota esplicativa[40] osserva:

«Il paragrafo 3 è un testo propositivo ed intende prospettare un criterio di formazione delle fraternità locali, il cui programma di vita dovrebbe protendersi alla mutua integrazione dei frati di differenti età e condizioni ed avere come obiettivo primario non solo il lavoro da espletare ad extra, ma innanzitutto la testimonianza di vita fraterna in semplicità, povertà e minorità. A ragione, quindi, si parla di semplicità domestica e di servizio feriale. Se, come s. Francesco ci ha insegnato, ogni lavoro è grazia, nei servizi domestici è da individuare da parte nostra la ‘prima’ grazia del lavoro».

Infine, in 83,4 si prescrivono le condizioni alle quali attenersi nel caso di affidamento dei lavori domestici a collaboratori esterni: 1) scelta condivisa in fraternità; 2) prudenza; 3) trattamento a norma di legge ma anche con rispetto e cortesia.

Su questo paragrafo la Commissione nella nota esplicativa[41] è piuttosto realista, rinviando al n. 16 del VI CPO che abbiamo già visto e mettendo in guardia dal pericolo di acquisire una mentalità da padroni:

«Il paragrafo 4 tiene conto della realtà che spesso ci costringe ad assumere personale laico per i vari servizi delle nostre case. In questo caso, oltre a seguire le norme locali vigenti in tale materia, bisogna vigilare affinché non si acquisisca una mentalità da padroni. Cfr VI CPO 16».

D. IL LAVORO PRESSO GLI ESTRANEI ALL’ORDINE: 84,1-4

Il lavoro dei frati presso gli estranei all’Ordine, esposto in 84,1-4, viene presentato come una possibilità la cui attuazione è regolata sulla base di tre fattori: 1) le diverse condizioni delle circoscrizioni; 2) le norme date dal ministro con il consenso del suo consiglio o dalla Conferenza dei superiori maggiori; 3) le norme dell’ordinario del luogo. Esso viene preso in considerazione “in quanto ciò è richiesto dallo zelo apostolico e dalla urgenza di alleviare le nostre ed altrui necessità” (84,1).

Dopo questa presentazione di carattere istituzionale, seguono tre indicazioni di carattere spirituale e pratico in conformità con il nostro carisma: 1) l’esortazione di s. Francesco a scegliere attività che testimonino “la nostra vocazione al servizio e la nostra condizione di minori e sudditi a tutti”, evitando le forme di prestigio o di potere (84,2); 2) la prescrizione di vivere in comunione con la fraternità di appartenenza (84,3); 3) l’orientamento a rendere visibile la carità di Gesù Cristo verso i bisognosi, evitando però di coinvolgersi in attività in contrasto con la nostra consacrazione al Signore (84,3).

Merita particolare attenzione il comma 84,2 con il quale la Commissione intende richiamarci allo spirito e alla prassi di s. Francesco, come ci viene documentato nella nota esplicativa:[42]:

«Il riferimento esplicito a quanto s. Francesco ci dice in RnB 7,1-2 (FF24) è opportuno e da esso è necessario dedurre come logica conseguenza che, in quanto frati minori, non ci è consentita qualsiasi attività, ma solo quelle derivanti dalla nostra vocazione e coerenti con la nostra scelta di minorità».

Vi si sottolinea la coerenza con lo spirito di minorità ma anche con ciò che deriva dalla nostra “vocazione” che evidentemente implica, oltre alla minorità, anche la salvaguardia del rapporto con la fraternità di appartenenza.

V. IMPLICAZIONI SOCIO-CULTURALI DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: nn. 85-87

La visione del lavoro come realtà relativa e funzionale al lavoratore-frate, finora dominante nello svolgimento del capitolo V e che con la Laborem exercens n. 6 può essere caratterizzata come “lavoro in senso soggettivo”, ora, negli ultimi numeri 85-86-87, viene integrata con la visione del lavoro legato a fattori influenzati, ed anzi regolati, dall’ambiente socioculturale che, in qualche modo, si impongono al lavoratore stesso e che, quindi, sotto certi aspetti, corrispondono piuttosto al “lavoro in senso oggettivo” di cui parla sempre la Laborem exercens al n. 5. Qui li denominiamo genericamente “Implicazioni socio-culturali del nostro lavoro”.

Il cap. V non esita a rileggere anche queste componenti socio-culturali alla luce della “grazia del lavoro”, come vedremo in 86,1 nel contesto del tema del riposo dal lavoro. In ogni caso, la luce della “grazia del lavoro”, tipica del carisma francescano cappuccino, conferisce una tonalità spirituale non solo al riposo dal lavoro ma anche alla retribuzione e al tempo del lavoro.

A. LA RETRIBUZIONE DEL LAVORO: 85

Ciascuno dei tre commi del n. 85 presenta una parte di tipo esortativo-motivazionale, con affermazioni “di principio” ed un’altra parte di tipo applicativo-concreto, con suggerimenti operativi.

Vediamo innanzitutto i tre “principi” alla luce dei quali il carisma francescano-cappuccino guarda alla retribuzione legata al lavoro:

- «Il lavoro dei frati non venga valutato soltanto sulla base della retribuzione». (85,1)

- «Non dedichiamoci ad attività che provocano la bramosia del guadagno o la vanagloria» (85,2)

- «Guardiamoci dal trasformare il lavoro in uno strumento per accumulare beni o denaro» (85,3).

I tre principi, pur con accentuazioni diverse, convergono nella considerazione che il lavoro non va finalizzato al denaro e quindi implicano che il lavoro è già un valore in se stesso a prescindere dalla retribuzione che può anche non esserci. Dalle precedenti considerazioni vengono dedotti tre atteggiamenti pratici molto esigenti:

- la consegna integrale della retribuzione percepita dal singolo frate alla fraternità;

- l’esclusione di attività contrarie allo spirito di povertà e minorità e finalizzate al solo guadagno o alla vanagloria;

- la disponibilità a lavorare anche gratuitamente.

Le considerazioni e indicazioni pratiche circa la retribuzione, sottendono la preoccupazione che il lavoro non venga ridotto a merce finalizzata al guadagno e la persuasione che il lavoro ha un valore intrinseco proprio! Questa intenzione è confermata dalla Commissione, in una nota esplicativa che è direttamente riferita al comma 85,3 ma che indirettamente esprime il senso generale anche degli altri due commi in 85,1-2. Vi si dichiara[43]:

«Le integrazioni ricordano la nostra vocazione profetica in un mondo che spesso ha ridotto il lavoro a mero bene economico. Tale mentalità può di fatto avere tristemente il suo influsso su di noi. Sullo sfondo del testo proposto c’è l’insegnamento di Vita Consecrata nn. 89-90. Il monito finale si ispira a RnB 7,7: ‘E per il lavoro prestato possono ricevere tutto il necessario eccetto il denaro’ (FF 24) e si collega anche a quanto le Costituzioni dicono precedentemente sulla nostra povertà (cfr. 64,2; 69,2)».

B. IL RIPOSO DAL LAVORO: 86

Il n. 86 si apre con il riconoscimento esplicito della importanza del riposo dal lavoro che viene motivato come un aiuto “a vivere la grazia del lavoro” (86,1a). Alla luce della “grazia del lavoro” vanno allora comprese tutte le indicazioni pratiche per il riposo suggerite di seguito. Nella seconda parte del n. 86/1b si esorta a valorizzare quotidianamente la ricreazione in comune e poi si riconosce la necessità che tutti abbiano del tempo libero da dedicare a se stessi. In 86/2 si riconosce “un certo tempo di ferie […] confacente al nostro stato di frati minori”.

Il n. 86,1 è stato creato ex novo dalla Commissione che nella Proposta di revisione 1 gli aveva dato una connotazione teologica nei seguenti termini[44]:

«Riconosciamo l’importanza del riposo. Anch’esso ci aiuta a vivere la grazia del lavoro come autentico e libero servizio al Regno e ad esprimere la nostra dignità di figli di Dio e la nostra fiducia in Cristo, Signore della vita e del tempo».

 L’intento era appunto di arricchire dal punto di vista teologico gli orientamenti sulla opportunità delle ricreazioni comunitarie, delle ferie e del tempo libero, come è bene documentato nella stessa nota esplicativa dove si dice[45]:

«La nostra ricreazione, le nostre ferie e il nostro tempo libero non possono essere pensati secondo una consuetudine puramente sociale o come un diritto di lavoratori dipendenti. Nasce da qui l’istanza di integrare il testo attuale con qualche accenno alla spiritualità del riposo che trova il suo solido fondamento nella Bibbia e nei testi liturgici».

A questo proposito, la Commissione nella medesima nota, in linea con Laborem exercens n. 25, aveva indicato, come fondamento teologico del riposo dal lavoro, il testo di Gen 2,2-3: “Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro, Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto”.

Della redazione primitiva del comma è rimasto solo il riferimento al riposo come aiuto a vivere “la grazia del lavoro”, formula nella quale possiamo intravedere anche il fondamento teologico del lavoro alla luce della rivelazione biblica di Gen. 2,2-3.

C. IL LAVORO NEL TEMPO: 87

Il rapporto del lavoro con il tempo viene introdotto in 87/1 con l’icastica ammonizione di s. Paolo in Gal 6,10: “Finché abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti”. Questa parola apostolica viene tradotta in tre orientamenti nei tre commi successivi, anche questi creati ex novo dalla Commissione.

Estrapoliamo innanzitutto la visione del tempo alla quale si rifanno i commi 87/2-3-4:

- Il tempo è dono prezioso che presenta istanti irrepetibili e occasioni favorevoli;

- Il tempo è caratterizzato da momenti favorevoli che però rischiano di essere sciupati;

- Il tempo è l’ambito nel quale il Signore ci viene incontro e ci fa crescere verso al pienezza della salvezza: è un dono di Dio che chiede corrispondenza.

A questa visione di tempo corrispondono le seguenti esortazioni pratiche:

- vivere ogni giorno con responsabilità ed intensità;

- verificare se le nostre attività corrispondono alle condizioni del presente e essere aperti al futuro con una sapiente programmazione;

- scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo e corrispondere ogni giorno ai doni di Dio in vigilante pazienza.

Il punto di partenza è la considerazione che il tempo è un “dono prezioso” scandito in istanti irrepetibili e in occasioni favorevoli. In questa visione del tempo come “dono” vi è la persuasione che esso proviene da Dio e nella sua qualifica di “prezioso” vi è la consapevolezza che può arricchire la nostra vita. Ce lo conferma la nota esplicativa corrispondente [46] che dice:

«Il testo nuovo afferma anzitutto che il tempo è dono di Dio e ha sempre, in ogni istante, carattere di kairòs, di occasione favorevole. Ne viene come conseguenza l’esortazione a non sprecare il tesoro del tempo».

Le esortazioni pratiche conseguenti a questa visione del tempo tengono conto sia della sua valenza teologica (è un kairòs di Dio) sia della sua natura fisica (è costituito da istanti irrepetibili). Si è esortati a vivere con intensità e responsabilità ogni giorno della vita (87/2) e a non sciupare i momenti favorevoli, a verificare se le nostre attività hanno senso nel nostro presente, e, infine, a essere aperti al futuro con una saggia programmazione (87/3). Nello stesso tempo, si è chiamati anche a scrutare i segni dei tempi alla luce del Vangelo, consapevoli che Dio ci viene incontro nella nostra storia e quindi siamo esortati a corrispondere quotidianamente ai doni di Dio con vigilanza e pazienza (87/4).

La Commissione, nelle note esplicative con le quali motiva questi nuovi commi, si sofferma specialmente sulla verifica personale e comunitaria indicata in 87/3 ben sottolineata con la seguente nota esplicativa[47]:

«La verifica personale e comunitaria, da effettuarsi nelle nostre fraternità, deve vertere anche sul buono uso del tempo e ci deve condurre a discernere se il nostro modo di agire e di vivere corrisponde alla chiamata del Signore che parla a noi anche oggi nelle varie situazioni storiche e ambientali».

Come si vede, la Commissione vede l’opportunità di considerare la verifica come luogo di discernimento che evidentemente implica un riferimento almeno implicito allo Spirito Santo. Ciò era stato esplicitato nella redazione primitiva di questo comma 87/3 nei seguenti termini[48]:

«Per vivere il dono del tempo senza sciuparlo, verifichiamo spesso se le nostre opere ed attività sono rispondenti alle condizioni presenti e alle sollecitudini che attraverso di esse lo Spirito ci offre».

L’esortazione alla verifica personale e comunitaria, viene ulteriormente messa a fuoco con l’indicazione concreta a scrutare “i segni dei tempi” in 87,4. Come è risaputo, questo tema proviene, da una parte, dal messaggio evangelico in cui Gesù stesso ci sollecita a “distinguere i segni dei tempi” che indicano la sua presenza, in Mt 16,2-3 (cfr. Lc 12,56-57) e, dall’altra, dall’insegnamento della Gaudium et spes nn. 4,11 e 44, che con questa espressione indica i valori, le attese e le aspirazioni, le profonde mutazioni come anche gli squilibri, ma soprattutto gli interrogativi del mondo in cui viviamo e l’aiuto che da esso può provenirci. Interpretati alla luce del Vangelo, questi segni dei tempi ci consentono di riconoscere i momenti in cui Dio ci viene incontro per la nostra crescita “verso la pienezza della salvezza”.

Queste due sottolineature (la verifica sul rapporto delle nostre attività con il tempo in cui viviamo e l’interpretazione dei segni dei tempi) sono due vie concrete per corrispondere al “dono prezioso del tempo” e parimenti, in maniera indiretta, gettano luce anche sul nostro modo di lavorare nel nostro tempo, suggerendoci che esso va inteso come parte integrante della nostra storia della salvezza.

VI. EPILOGO: “IL VANGELO DEL LAVORO”, FORMULA INCLUSIVA DEL CAPITOLO V

Riprendiamo l’ultimo comma, il n. 87,4, del cap. V delle nostre Costituzioni perché, oltre alla indicazione di vivere il nostro lavoro nel tempo, dono di Dio, esso ci riporta “alla luce del Vangelo” nella quale interpretare i segni dei tempi. Questo cenno ci richiama, sia pur vagamente, l’inizio del capitolo V dove, nel contesto della visione teologico-trinitaria del lavoro, ci è stata presentata la formula inconsueta ma emblematica del nuovo approccio: “Il Vangelo del lavoro”. Il capitolo che si apre all’inizio con la formula “Il Vangelo del lavoro” si chiude con un rinnovato appello, sia pur più generico, ancora al Vangelo con la formula “alla luce del Vangelo”.

Evidentemente non abbiamo una inclusione vera e propria, formulata con le stesse parole d’inizio. Ma non può sfuggire che la “luce del Vangelo” in questo contesto è in riferimento al lavoro e conseguentemente ci consegna anche tutto il “Vangelo del lavoro”. La formula “Il Vangelo del lavoro”, quindi si presta ad essere considerata almeno come formula “spirituale”, ugualmente inclusiva del capitolo V. Ciò può essere verificato con una analisi più puntuale della espressione “Alla luce del Vangelo” in 87,4.

A. “ALLA LUCE DEL VANGELO”

Riascoltiamo il testo conclusivo del capitolo in 87,4:

«Scrutiamo alla luce del Vangelo i segni dei tempi, poiché nel tempo il Signore ci viene incontro e ci fa crescere verso la pienezza della salvezza. Corrispondiamo ogni giorno ai doni di Dio con vigilanza e pazienza».

Il capitolo V si è aperto con la visione del lavoro come compartecipazione - collaborazione con l’opera della SS. Trinità nella storia della salvezza. La formula conclusiva del capitolo, in 87,4, porta l’attenzione sul fatto che il Signore ci viene incontro nel tempo con la luce del suo Vangelo con il quale, non solo ci dà discernimento sui suoi segni, ma ci fa crescere verso la pienezza della salvezza. Effettivamente, nel cenno all’incontro con il Signore nel tempo e alla tensione verso la “pienezza della salvezza” si può riconoscere un richiamo alla storia della salvezza dove il Signore si fa presente con i suoi doni che ci coinvolgono in una corrispondenza giorno per giorno, con vigilanza e pazienza. Notiamo che la “corrispondenza ai doni di Dio”, a giudicare dalla “vigilanza e pazienza” che essa include, si attua con una nostra laboriosa collaborazione. Anche se non si usa il termine “lavoro”, vi è pertanto un implicito riferimento ad esso come “col-laborazione”. In questo modo, il capitolo V ci congeda lasciandoci come icona interpretativa il “Vangelo” che ci illumina sulla storia della salvezza nella quale siamo coinvolti con la nostra collaborazione.

In effetti, l’idea di un numero conclusivo, che fungesse anche da formula inclusiva del capitolo V, era esplicitamente intesa dalla Commissione che ne aveva proposto una formulazione sia nella Proposta di revisione 1 sia nella Proposta di revisione 2[49]. Questo numero conclusivo, indicato con il comma n. 5, nella Proposta di revisione 2 viene giustificato e motivato proprio come testo inclusivo del capitolo V ed anzi come sua chiave interpretativa. Ciò trova conferma nella seguente nota esplicativa[50]:

«Con la sua nota trinitaria quest’ultimo comma si ricollega al primo numero del capitolo V e viene a stabilirsi una inclusione che può assumere il carattere di chiave interpretativa della materia trattata nello stesso capitolo».

Nella elaborazione finale del capitolo, però, questo comma finale, presentato dalla Commissione, è stato depennato. Conseguentemente il capitolo V si chiude con il n. 87,4 che figura piuttosto come conclusione del dono del tempo datoci dal Signore, lasciando così cadere la visione teologico-trinitaria iniziale. Tuttavia, ad una lettura attenta di questo ultimo numero (87,4), come abbiamo visto, vi si può intravedere almeno un riferimento al Vangelo nella storia della salvezza che, in qualche modo, richiama la visione pneumatologico-trinitaria esposta in apertura del capitolo identificata con la formula inusuale “il Vangelo del lavoro”.

Si può dire, dunque, che il capitolo V nel suo insieme ci orienta ad assumere “il nostro modo di lavorare” alla luce del “Vangelo del lavoro”, formula nella quale ci viene riproposto in termini rinnovati “la grazia del lavoro” che continua ad essere l’approccio tipico del nostro carisma alla realtà terrestre, gioiosa ma anche penosa, del nostro lavoro.

B. IN PROSPETTIVA TRINITARIA

Precisato il senso del numero conclusivo, non è inutile credo, ricuperare l’intenzione primitiva della Commissione che prevedeva l’ulteriore ultimo comma, creato ex novo, per riportare il tema del lavoro nel contesto della visione trinitaria storico-salvifica in riferimento anche alla nostra vita consacrata. Questo comma già abbozzato nella Proposta di revisione n 1[51] , era stato formulato dalla Commissione nella Proposta di revisione n. 2[52] nei seguenti termini:

«5. Accogliamo pertanto le sollecitazioni che nel corso del tempo lo Spirito ci offre e docili a lui diffondiamo il Vangelo affinché il mondo possa essere sempre più trasfigurato secondo lo spirito delle beatitudini e consacrato al Padre per mezzo di Cristo».

La Commissione dunque desiderava sottolineare che il dono del tempo, nel cui arco si svolge il ritmo lavoro-riposo, va considerato come una realtà da vivere in docilità allo Spirito Santo e protesi alla diffusione del Vangelo allo scopo di trasfigurare ed anzi consacrare, secondo lo spirito delle beatitudini, il mondo al Padre per mezzo di Gesù Cristo. È una visione teologico-trinitaria nella quale è in primo piano la docilità allo Spirito Santo che è l’anima interiore – il principio dinamico - della storia della salvezza. Inoltre, tale visione trinitaria-pneumatologica è messa in relazione con la finalità di “diffondere il Vangelo”. Infine, si allude anche al ruolo dei religiosi che collaborano con la loro testimonianza a trasfigurare il mondo vivendo secondo lo spirito delle beatitudini[53].

Il nuovo ultimo comma, poi lasciato cadere, dunque, congedava il capitolo V con un riferimento alla diffusione del Vangelo, in docilità allo Spirito Santo, per trasfigurare il mondo per mezzo di Gesù Cristo e per offrirlo al Padre. Tale conclusione trinitaria era intesa come una inclusione con la visione trinitaria in apertura del capitolo, in modo tale che poteva essere assunta, come è detto esplicitamente nella nota esplicativa a questo testo, quale “chiave interpretativa della materia trattata nello stesso capitolo”[54].

Va dunque preso atto che, pur non essendo stata conservata nell’attuale 87,4, la prospettiva trinitaria, proposta dalla Commissione, è rimasta nella visione del discernimento dei segni tempi “alla luce del Vangelo” , dato che tale discernimento viene fatto nello Spirito Santo nella storia della salvezza messa in essere da Dio Padre e compiuta in Gesù Cristo, Vangelo in persona, storia nella quale noi siamo coinvolti con il nostro lavoro di “collaboratori”. In questo modo, nella formula “alla luce del Vangelo” vi è almeno un implicito richiamo al “Vangelo del lavoro” enunciato in apertura di capitolo e che, dunque, resta la prospettiva chiave di approccio al nostro modo di lavorare.

Conclusione

L’attuale Capitolo V sul nostro modo di lavorare deve la sua revisione alla necessità di rispondere e di corrispondere all’evoluzione nella concezione e nell’esercizio del lavoro all’interno nel nostro Ordine, sensibile ai mutamenti avvenuti in questo settore in quasi tutti i paesi dove ci troviamo ad operare. La revisione è stata elaborata in ascolto delle nuove istanze culturali correlandole, però, con vigile discernimento, con la teologia del lavoro, confluita ed accolta nel Vaticano II (Gaudium et spes, nn. 33-39 e n.44), riproposta nei documenti ecclesiali successivi (Laborem exercens) e con i lineamenti del nostro carisma di evangelicità, fraternità e minorità.

Gli apporti della revisione, pur non essendo eclatanti, sono di sicuro orientamento per vivere il lavoro nella sua concretezza quotidiana come dimensione rilevante della nostra vita di consacrazione al Signore. Tuttavia, al di là della consistenza delle proposte orientative, la revisione del capitolo V, considerata complessivamente, è anche un documento di evoluzione nella formulazione del nostro modo di lavorare. Ed è da questo punto di vista che il capitolo stesso ci stimola ad alcune riflessioni a monte ma anche ad integrazione del presente commento che necessariamente si è limitato, non senza pignoleria e pedanteria, ai singoli numeri e commi. A me sembra che l’attuale revisione del capitolo V può essere meglio valorizzata se la collochiamo, da una parte, sullo sfondo delle evoluzioni circa la concezione del modo di lavorare già avvenute nella storia del nostro carisma e, dall’altra, in proiezione futura sapendo di trovarci in un processo ancora in sviluppo. Questa contestualizzazione in prospettiva storico-evolutiva ci aiuta ad apprezzare le sottolineature e accentuazioni della attuale revisione del nostro modo di lavorare.

1. Prendiamo atto innanzitutto che la presente revisione non è che una delle tante tappe nella concezione del lavoro accadute nella storia del nostro carisma e, credo, non è neppure la più rilevante. Non è il caso qui di ripercorrere tutta la storia del nostro modo di lavorare. Credo sia sufficiente accennare ad uno dei momenti più emblematici di questa evoluzione che è l’esperienza di lavoro documentata dalle fonti del nostro carisma, come risulta dalla Regula non Bullata (1221) e dalla Regula Bullata (1223) a confronto con l’esperienza della fraternità iniziale, rievocata, non senza nostalgia e una vena di rammarico, nel Testamento (1226) di s. Francesco.

Nel Testamento è Francesco stesso che ci testimonia come si lavorava agli inizi della esperienza di vita evangelica condivisa con i fratelli inviatigli dal Signore:

«E io lavoravo con le mie mani; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all’onestà. Coloro che non sanno imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l’esempio e tener lontano l’ozio»

Questa esperienza iniziale di lavoro, nel giro di alcuni anni, con la crescita numerica dei frati, il moltiplicarsi delle attività, l’articolazione in ruoli distinti all’interno della fraternità, le richieste di compiti apostolici e il progressivo orientamento clericale, subisce una significativa trasformazione, diventando più complessa e bisognosa di ricevere una certa regolamentazione. Ne è indice il capitolo VII della Regula non Bullata (1221). Fra le righe delle prescrizioni intravvediamo che il lavoro presso terzi ormai è esercitato anche in posti di responsabilità e di prestigio che pregiudicano lo spirito di minorità e umiltà, con pericolo di scandalo. Si accetta che i singoli frati mantengano il lavoro praticato prima di entrare in fraternità ma si sente il bisogno di raccomandare che deve trattarsi di lavoro onesto che non comprometta la salute dell’anima. Si precisa che come retribuzione si può ricevere quanto è necessario per la vita ma non come “pecunia” e si conferma la prassi di ricorrere alla elemosina, come tutti i poveri, nei momenti di necessità. È permesso avere ed utilizzare gli strumenti del proprio lavoro. A coronamento di questa regolamentazione, si esorta ad un impegno intenso nel lavoro, ad evitare l’ozio ma soprattutto ad essere perseveranti nella orazione e nelle buone operazioni, come veri servi di Dio. In questa ricapitolazione del lavoro nell’ottica del servizio di Dio, comincia a farsi strada l’esigenza di dare una impostazione anche teologica al nostro lavoro, di cui è segno il ricorso a diverse citazioni bibliche: Mc 8,36; Ps 127,2; 2 Tess 3,10; 1 Cor 7,24). 

La codificazione del modo di lavorare nella Regula Bullata (1223), approvata a distanza di poco tempo dalla Regula non Bullata, sorprende per la sua sobrietà. Si mantengono le esortazioni di carattere spirituale sul lavoro da farsi fedelmente e devotamente, in modo che si escluda l’ozio e non si estingua lo spirito di devozione e orazione. Si ripete la norma sulla retribuzione per la quale ora si esclude, oltre alla pecunia, anche il denaro. Si riprende, in modo più netto, l’ottica spirituale del nostro lavoro che va condotto “come si conviene a servi di Dio e a seguaci della santissima povertà”. Ma resta piuttosto parco di indicazioni concrete. Tale sobrietà fa pensare alla impossibilità di regolamentare il lavoro nei suoi aspetti problematici pratici, a causa del suo ulteriore sviluppo nell’Ordine. Ce lo fa intuire, fra l’altro, l’esclusione del denaro come retribuzione, indice di una prassi ormai a portata di mano. Non si parla più degli strumenti del proprio lavoro: il loro possesso non fa più problema o è indice di cambio di attività? In ogni caso, sembra lontano il tempo in cui i primi frati e s. Francesco lavoravano con le proprie mani. Va sottolineato, però, che, in questo cambiamento della prassi del lavoro nell’Ordine, la Regola approvata conserva ed anzi, pur nella brevità, sembra privilegiare la visione spirituale del lavoro, offrendo come criterio base il nostro carisma di servi di Dio che qui viene specificato con la qualifica di “seguaci della santissima povertà”. È in questo contesto che essa offre una nuova luce sul lavoro con la formula “gratia laborandi”: il lavoro come “grazia”, dono di Dio.

Come si vede, la necessità di riformulare la visione del lavoro a causa dei cambiamenti avvenuti nella prassi, ha comportato la perdita di alcuni valori, come è evidente nella rievocazione, non priva di sofferenza, fatta da s. Francesco della sua esperienza di lavoro con le sue mani e in semplicità, prassi ormai relegata a pochi, mentre i più erano piuttosto orientati verso i lavori di carattere apostolico od anche di prestigio ecclesiale, favoriti dalle urgenze della Chiesa del tempo. Parimenti, però, è stata occasione per approfondire il senso spirituale e teologico del lavoro fino a riconoscerlo quale “grazia di lavorare”, dono di Dio, formula interpretativa che ha dato prova di consistenza e di durata fino a noi.

2. Alla luce di questa considerazione possiamo rilevare che la rilettura della visione del modo di lavorare fatta nella attuale revisione del capitolo V, è stata occasione di una presa di coscienza della situazione attuale di difficoltà a vivere in semplicità, povertà e minorità il nostro lavoro nel contesto di alcune scelte problematiche per il nostro carisma ma motivate dalle necessità apostoliche od anche burocratiche nei diversi paesi dove operiamo. Ma, simultaneamente e soprattutto, la rilettura dei modi di lavorare del capitolo V orienta verso nuovi aspetti fecondi di creatività, come anche ricupera aspetti tradizionali ormai in fase di estinzione, nell’ottica di “grazia di lavorare” ora approfondita alla luce del “Vangelo del lavoro”. Inoltre con le nuove prospettive teologiche del capitolo V siamo aiutati ad avere una più chiara consapevolezza che anche il nostro modo di lavorare è una componente rilevante del nostro vivere “secondo la forma del santo Evangelo”.

In particolare, alla luce del “Vangelo del lavoro”, la “grazia del lavoro” ha dischiuso le sue potenzialità a nuove prospettive, tra le quali la visione del lavoro quale ingrediente intrinseco della storia della salvezza, che, così, risulta essere evento animato dallo Spirito Santo attraverso la Chiesa, segnato dalla umanità come anche dalla croce del Signore Gesù, oltre che pervaso dal dinamismo che ci coinvolge nella creatività di Dio Padre. Alla luce del “Vangelo il lavoro” possiamo ravvivare il senso spirituale, umano e inter-relazionale del nostro modo di lavorare ed anzi risulta più chiaro il suo carattere fraterno e minoritico. È questo approccio che nella revisione ha portato a valorizzare i carismi individuali come doni fraterni, maturare una più perspicace sensibilità per le problematiche relative alle forme di lavoro o alla sua mancanza nell’ambiente socio-culturale di nostra pertinenza, a riconoscere i diritti inalienabili dei lavoratori e a riscoprire la dignità del lavoratore e del lavoro in tutte le sue manifestazioni anche le più umili. In generale, la esplicitazione della “grazia del lavoro” come “Vangelo del lavoro” ha portato a ricuperare sia la dimensione gioiosa e creativa dell’attività quotidiana ma anche la sua dimensione penosa e cruciale, la cui evidente tensione e contraddizione trova soluzione nella sua evangelicità, che ci illumina e ci aiuta a viverla in unione al mistero pasquale della croce gloriosa di Gesù.

3. Ciò che è avvenuto nel passato e sta avvenendo nel presente, continuerà anche nel futuro. Va da sé che l’evoluzione della visione del lavoro è in continuo cambiamento, in parallelo con il processo vitale della cultura di ogni popolo, con i suoi sviluppi ma anche con i suoi ristagni e rigurgiti, che inevitabilmente interpelleranno il nostro modo di lavorare.

Alcune avvisaglie del futuro cambiamento stanno emergendo proprio ora, nel periodo attuale segnato dalla pandemia del coronavirus che ha costretto ad impostare nuovi modi di lavorare fra i quali, ad esempio, la modalità dello “smart working”, ossia il lavoro compiuto attraverso tecnologie che ci consentono di operare attraverso la “connessione” tra persone interessate ad uno stesso tipo di produzione, indipendentemente dal luogo fisico ufficiale dal quale essa dipende dal punto di vista burocratico. Proprio nelle limitazioni imposte dal “lockdown” e dalla chiusura di tanti aspetti della vita sociale in questo periodo di pandemia (di cui sono state simbolo le mascherine, i guanti, le distanze fisiche fra le persone) abbiamo esperimentato che il lavoro può realizzarsi attraverso “connessioni” di tipo “elettronico-informatico”, che, senza ledere o compromettere la produttività, consentono una più rispettosa valorizzazione delle persone lavoratrici anche se, nello stesso tempo, rischiano di fermarsi a relazioni virtuali ed impersonali. Evidentemente, non sappiamo se il modo di lavorare indotto dalla pandemia del coronavirus inciderà sulla visione e sulla pratica del lavoro nel prossimo futuro. Si può giustamente rilevare che si tratta di una modalità di carattere tecnico e non sostanziale. Tuttavia va anche osservato che le modifiche tecniche del lavoro, come è già avvenuto nel passato con la automazione e con la industrializzazione, incidono sul concetto e sulla prassi del lavoro stesso tanto da condizionare il soggetto lavoratore.

Comunque si evolva il lavoro in futuro, resta il fatto che esso è parte integrante della “vita attiva” che, essendo di sua natura un evento attuato nella relazione fra e con gli altri, incide nella identità personale e socio-culturale dell’umanità. Il tipo di lavoro allora ha a che fare con la identificazione delle persone e nel nostro caso incide anche sulla figura del frate minore cappuccino. Nel passato, il lavoro all’interno della fraternità con le mansioni della vita quotidiana ha favorito la percezione del frate minore come religioso umile, semplice e fraterno, nella stessa condizione di precarietà e di fatica della maggioranza delle famiglie del nostro contesto sociale. La pratica della questua, ad esempio, ha fissato per secoli l’immagine – direi quasi l’identità - del frate minore come “frate questuante”. Similmente, l’attività della predicazione al popolo o delle confessioni si è riflessa nel determinare il volto del frate minore come confessore o predicatore popolare. Un nuovo modo di lavorare sicuramente avrà un riflesso anche sulla nostra forma di vita. Conseguentemente, il nostro modo di lavorare è un ambito da monitorare continuamente perché ha a che fare direttamente con la nostra identità di frati minori cappuccini.

Per ora il monitoraggio è stato fatto dal capitolo V delle Costituzioni che forse potrebbe essere ulteriormente approfondito in linea con quanto ci ha già suggerito l’VIII CPO le cui relazioni proposte dagli esperti meriterebbero ulteriore attenzione soprattutto per la nuova consapevolezza dell’impatto socio-culturale del nostro lavoro. In ogni caso, il capitolo V ci ha lasciato un valido criterio di discernimento per il nostro futuro: la “grazia del lavoro” riletta alla luce del “Vangelo del lavoro”.

COMMENTO COMPLEMENTARE:

L’ECO NELL’VIII CPO “La grazia di lavorare” (2015)

Quanto proposto dal cap. V ha avuto una eco significativa e autorevole nell’VIII CPO su “La Grazia di lavorare” (Roma 2015). Prendiamo atto innanzitutto della sostanziale convergenza sulla stessa prospettiva di fondo fra il capitolo V delle nostre Costituzioni e il testo delle 74 proposizioni. Passeremo poi a soffermarci sulla eco che i temi principali del capitolo V hanno trovato in alcune proposizioni dell’VIII CPO. Nella correlazione fra il capitolo V e il testo dell’VIII CPO prendiamo come punto di partenza l’articolazione dei temi principali evidenziati nel commento dello stesso capitolo V esposto più sopra.

I.  LA PROSPETTIVA DEL CAPITOLO V NELLA ECO DELL’VIII CPO

Innanzitutto prendiamo atto che il capitolo V delle Costituzioni (2013) e l’VIII CPO (2015) affrontano gli stessi temi fondamentali del nostro modo di lavorare. Lo desumiamo dalla correlazione fra il cap. V con le 8 sezioni delle 74 Propositiones nella redazione definitiva curata dalla commissione generalizia.

PROSPETTO INTERATTIVO FRA IL CAP. V, nn. 78-87

E l’VIII CPO “La grazia di lavorare”

TITOLETTI REDAZIONALI NEL CAP. V

“Il nostro modo di lavorare”

SCHEMA DEL COMMENTO

SEZIONI DELL’VIII CPO

 

 

 

 

N. 78,1-8: DIGNITÀ DEL LAVORO

 IL VANGELO DEL LAVORO:78

- Visione trinitaria storico-salvifica (78,1-3)

- Visione carismatica francescano cappuccina (78,4-5)

- Visione antropologica cristiana (78,6-8)

- Sezione 1: Chiamati a partecipare all’opera della creazione: 1-6

 

 

 

 

N. 79, 1-4: IMPORTANZA E FINALITÀ DEL LAVORO

N. 80, 11-4: LAVORO E VITA SPIRITUALE

-  

LA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO:79-80

- - Lavoro in fraternità e minorità (79,1-4)

- - Lavoro in spirito di orazione e devozione (80,1-4)

- Sezione 3: Il primo lavoro: 16-17

- Sezione 4: Minori al servizio di tutti: 18-23

- Sezione 5: Viviamo del nostro lavoro: 24-33

- Sezione 6: Fratelli che lavorano insieme: 34-50

 

 

 

 

 

N. 81, 1-5: VARIE ATTIVITÀ

N. 82, 1-1-4: SPECIALIZZAZIONE NEL LAVORO

N. 83, 1-4: LAVORI DOMESTICI

N. 84, 1-4: LAVORO PRESSO ESTRANEI

PLURIFORMITÀ DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 81-84

- Criteri di discernimento (81,1-5)

- Tipologia generale delle attività (82, 1-4)

- I lavori domestici (83,1-4)

- Il lavoro presso estranei all’Ordine: (84,1-4)

- Sezione 2: Imparare a lavorare:7-15

- Sezione 7: Con animo pronto esercitiamo ogni tipo di apostolato: 51-70

 

 

 

N. 85, 1-3: RETRIBUZIONE DEL LAVORO

N. 86, 1-2: RIPOSO, RICREAZIONE E FERIE

N. 87, 1- 4: IL DONO PREZIOSO DEL TEMPO

IMPLICAZIONI SOCIO-CULTURALI DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO: 85-87

- La retribuzione del lavoro (85,1-3)

- Il riposo dal lavoro (86,1-2)

- La relazione lavoro-tempo (87,1-3)

[Propositiones

nn.: 24, 29,45-49, 55,68]

 
 

EPILOGO: 87,4

- Alla luce del Vangelo

- In prospettiva trinitaria

- Sezione 8: Portiamo l’annuncio della salvezza: 71-74

Già abbiamo visto nel commento che la prospettiva di approccio del capitolo V al nostro modo di lavorare privilegia la visione de “il lavoro in senso soggettivo: l’uomo soggetto del lavoro” (Laborem exercens n. 6). Questa prospettiva permane anche nelle Proposizioni del CPO e traspare già dal fatto che la distribuzione delle 74 proposizioni in 8 sezioni è stata fatta tenendo presente i capitoli delle nostre Costituzioni, con particolare riferimento ai primi sei capitoli e poi ai capitoli IX e al XII. Il nostro modo di lavorare viene così collegato con tutti gli aspetti fondamentali del nostro carisma e più specificamente con la persona del lavoratore-frate. Ciò è documentato fin dalle proposizioni della sezione n. 1 “Chiamati a partecipare all’opera della creazione”, che partono da una visione teologica del lavoro dove, fra l’altro, si fa riferimento simultaneamente a “la grazia del lavoro” e a “Il Vangelo del lavoro”. In questo approccio è chiaro che il lavoro è considerato nella sua relazione interpersonale con Dio e con il suo piano salvifico. Tale visione del “lavoro in senso soggettivo” prosegue nella sezione n. 2, “Impariamo a lavorare”, dedicata alla formazione al lavoro secondo il nostro carisma, anche se di fatto lo si esemplifica parlando già della varietà delle nostre attività che trova il suo equivalente piuttosto nei nn. 81-84 del capitolo V, che riguardano la “Pluriformità della grazia del lavoro”. Le proposizioni poi esplicitano il carattere francescano-cappuccino del nostro lavoro mettendo in primo piano che “il nostro primo lavoro” è la ricerca dell’unione con Dio (sezione n. 3) e mostrando, poi, che esso in concreto va vissuto in minorità e in fraternità (sezioni n. 4 “Minori al servizio di tutti”; n. 5 “Viviamo del nostro lavoro”; n. 6 “Fratelli che lavorano insieme”). L’approccio soggettivo interpersonale predomina poi nella sezione n. 7, “Con animo pronto esercitiamo ogni tipo di apostolato”, nell’ambito della quale si parla dell’apostolato in senso ampio includendovi varie attività. Infine nella sezione n. 8, “Portiamo l’annuncio della salvezza”, il testo concentra l’attenzione sull’apostolato in senso specifico ossia l’evangelizzazione.

La prospettiva della visione del lavoro in senso soggettivo trova una chiara e profonda esplicitazione nella proposizione n. 4 dell’VIII CPO, che ci provoca a focalizzare, ed anzi ad ampliare, la visione relazionale soggettivo-personale già presente nel capitolo V delle vigenti nostre Costituzioni.

«4. La persona umana, per crescere e realizzarsi, ha necessità vitale di entrare in relazione. Un lavoro autentico aiuta a far maturare le relazioni umane nelle sue molteplici dimensioni:

· il lavoro ci mette in contatto con noi stessi, con le nostre doti e abilità. Di qui deriva l’importanza che ogni fratello, per quanto possibile, sia riconosciuto nei suoi doni e carismi.

· il lavoro ci mette in relazione con i fratelli. Per questo, il lavoro personale, affidato dalla fraternità o assunto in comunione con essa, sia espressione della vita fraterna e diventi strumento privilegiato per rafforzare le relazioni fraterne, generando all’interno della vita comunitaria una vera comunione.

· il lavoro ci mette in relazione con il popolo. Per la consacrazione siamo chiamati non solamente a servire, ma anche ad offrire la vita agli altri condividendo una particolare solidarietà con i poveri e i lavoratori. Per questo il consacrato non si appropri del lavoro e neppure dei suoi frutti, ma tutto condivida.

· il lavoro ci mette in relazione con tutta la creazione. Per questo il consacrato, tramite il suo lavoro, collabori a custodire la creazione con rispetto, riconoscendo in essa le vestigia del Dio Creatore.

· il lavoro ci mette in relazione con il Signore. Il consacrato è chiamato a lavorare nella “vigna del Signore”; per questo è di vitale importanza che di giorno in giorno cresca nella relazione d’intimità con Colui che è il “padrone della vigna”.

II. IL “VANGELO DEL LAVORO” NELLA ECO DELL’VIII CPO

Riprendiamo ora le Proposizioni dell’VIII CPO per verificare come le diverse sezioni riprendano e concretizzino gli orientamenti del capitolo V.

Nella prima sezione, significativamente intitolata “Chiamati a partecipare all’opera della creazione” sentiamo l’eco della visione teologico-trinitaria, ma in un’ottica più attenta alla spiritualità e alla prassi e maggiormente concentrata sulla persona di Gesù.

Nella proposizione n. 1, l’VIII CPO ha un deciso approccio al tema del lavoro partendo dal Vangelo di nostro Signore Gesù da noi accolto come fondamento della nostra vita, e passa subito a presentare il lavoro come “grazia” da vivere come “Vangelo del lavoro”:

«1. Noi che abbiamo ricevuto gratuitamente il Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo, per il grande amore che Dio ha verso di noi, ci sentiamo chiamati a trasmetterlo ai nostri fratelli con la nostra vita, in tutte le sue dimensioni, tra cui quella del lavoro. La grazia del lavoro diviene così una lode e una testimonianza a Dio che ci ha amati per primo. Incoraggiamo ed esortiamo tutti i fratelli a vivere ilVangelo del lavoro”, anche nel suo aspetto di fatica necessaria, felici di questa vocazione e annunziando al mondo la grandezza del Creatore».

L’VIII CPO imposta dunque la sua riflessione partendo dal Vangelo che è Gesù, il quale informa tutte le dimensioni della nostra vita, tra le quali anche il lavoro. Alla luce del Vangelo, pure la “grazia del lavoro” diventa testimonianza e lode e questa, a sua volta, ci porta a vivere il “Vangelo del lavoro”. Come si vede, nella proposizione n. 1 vi è un collegamento fra “La grazia del lavoro” e “Il Vangelo del lavoro”. “La grazia del lavoro” è, dunque, sentita come un “vivere il Vangelo del lavoro”. In profondità, vi è qui il riconoscimento che “la grazia del lavoro” deriva da “Il Vangelo del Lavoro” e viceversa “Il Vangelo del lavoro” annuncia “la grazia del lavoro”. Viene precisato che il lieto annuncio del Vangelo aiuta ad affrontare “la fatica necessaria” che accompagna il lavoro e imprime ad esso il carattere di vocazione e di annuncio della “grandezza del Creatore”.

Subito di seguito, nella proposizione n. 2, “la grazia del lavoro e “il Vangelo del lavoro” vengono motivati e compresi alla luce della esperienza di lavoro di Gesù, della B. Vergine Maria, di s. Giuseppe, di s. Francesco e della tradizione cappuccina. In particolare, viene sottolineato il coinvolgimento di Gesù nel lavoro umano ricorrendo ad una citazione dell’enciclica Laudato sii, n. 98, di papa Francesco che era apparsa pochi mesi prima (24 maggio 2015) della celebrazione dello stesso VIII CPO (26 ottobre-19 novembre 2015):

«Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. È degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno (…). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione” (Laudato sii, 98)».

Quanto è prospettato dalle proposizioni 1 e 2 viene focalizzato poi nella proposizione n. 3 a partire dal “dono del lavoro” elargito al genere umano da Dio stesso. Vi si riconferma la visione del lavoro come grazia e come realtà buona, perché ci rende partecipi della azione creatrice di Dio che poi diventa anche opportunità di santificazione e di redenzione:

3. Dio elargisce al genere umano il dono del lavoro. Provenendo dalle Sue mani, il lavoro è grazia e va considerato come realtà buona, con cui partecipiamo attivamente all’azione creatrice di Dio. Inteso come una opportunità piena di grazia che ci fa partecipi della santificazione e della redenzione del genere umano, il dono del lavoro realizzato con amore irradia dentro di noi gioia interiore ed entusiasmo.

In questa apertura di discorso, l’VIII CPO, proprio sulla base della evangelicità del lavoro, si sofferma sull’aspetto positivo della attività umana che, partecipe della creatività divina, “irradia gioia interiore ed entusiasmo”. Ad essere pignoli, si può rivelare che in esso non trovano specifica e consistente eco la fatica e il peso quotidiano del lavoro nella vita di noi frati tenuta presente al n. 78,5 delle Costituzioni che scrivono: “secondo la tradizione dei cappuccini, stimiamo la grazia del lavoro, assumendone ogni giorno la fatica con responsabilità e animo lieto, a lode di Dio e a servizio del suo popolo”. Tuttavia, vi è un veloce cenno nella proposizione n. 16 dove si dice: “Ogni nostro lavoro, con le sue gioie e attese, come pure con le sue fatiche e preoccupazioni, è davanti al Signore”. Va anche osservato che, nel seguito della trattazione, il CPO non esita a coinvolgerci negli aspetti penosi del lavoro nei quali vediamo il “volto sofferente di Cristo” che si visibilizza nella violazione della dignità del lavoratore e del lavoro stesso. Significativa a questo proposito è la proposizione n. 66, che, nella sua realistica rassegna, ci fa presente come la dimensione dura e violenta del lavoro interpelli anche noi:

«66. Consapevoli delle ingiustizie e dei problemi del mondo del lavoro, contempliamo il volto di Cristo sofferente in coloro per i quali il lavoro non è percepito come una grazia:

in chi non ha accesso al lavoro;

in chi sopporta condizioni ingiuste;

in bambini, donne, anziani, e in tutti coloro che sono sfruttati;

nei molti poveri sottomessi a forme di attività umilianti e indegne (per es., prostituzione, traffico di organi, narcotraffico);

in coloro che soffrono a causa delle condizioni di lavoro malsane;

in quei lavoratori poco qualificati che spesso vengono sopraffatti dal mondo della competitività.

A queste persone esprimiamo la nostra solidarietà e desideriamo sostenere fermamente quegli organismi che promuovono in modo concreto la dignità e la giustizia nel mondo del lavoro».

Il “Vangelo del lavoro”, letto sul volto di Cristo, ci sprona a togliere tutte le situazioni nelle quali il lavoro è “dis-grazia” per il lavoratore e a ridargli la dignità che è postulata dalla sua natura intrinseca.

Nella I sezione dell’VIII CPO ritroviamo, dunque, i fondamenti della visione teologica del lavoro che può essere riletta come “Vangelo del lavoro” e come “grazia”. Risentiamo in essa quanto ci è stato proposto nel n. 78 delle attuali nostre Costituzioni nel quale abbiamo riconosciuto la visione trinitaria storico-salvifica del lavoro, la visione carismatica francescano-cappuccina del lavoro come “grazia” e la visione antropologica cristiana del lavoro con i suoi tre sensi: umano, spirituale e relazionale -esistenziale.

III. LA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO NELLA ECO DELL’VIII CPO

La “Grazia del lavorare”, espressa dal capitolo V delle Costituzioni nei nn. 79-90, ha trovato eco nell’VIII CPO che elabora le caratteristiche della povertà e della minorità nel lavoro, con indicazioni molto concrete, dedicando ad esse tre sezioni specifiche: la sezione n. 3: “Il primo lavoro”; la sezione n. 4: “Minori al servizio di tutti” (proposizioni nn. 18-23) e la sezione n. 6: “Fratelli che lavorano insieme” (proposizioni nn. 34-70). Il tema viene ripreso anche nella sezione n. 5: “Viviamo del nostro lavoro”, con le proposizioni nn. 24-33, nelle quali dà delle indicazioni sul lavoro come primo sostentamento della nostra vita

Stralcio alcune Proposizioni relative al nostro “primo lavoro” e poi alla sua natura minoritica e fraterna.

Innanzitutto, va notato che l’VIII CPO mostra di privilegiare la dimensione spirituale del nostro lavoro, che, - lo ribadisce con forza – è il nostro primo lavoro, anche se ne tratta con sobrietà e brevità. La anticipa con la proposizione n. 5, inserita nella prima sezione dedicata ai fondamenti della rivelazione (“Chiamati a partecipare all’opera della creazione”), con la seguente originale interpretazione:

«5. Ogni “tavolo” di lavoro, scrivania, stireria o piano di cucina può diventare un “altare” dove il lavoro delle nostre mani e l’intenzione dei nostri cuori sono presentati al Signore della messe. Il nostro lavoro diventa liturgico ed è quindi preghiera. Non si lavora tanto da se stessi, o per se stessi, ma in comunione con gli altri. Con il proprio personale modo di essere e di agire si prende parte alla storia della salvezza e si collabora alla costruzione del regno di Dio».

C’è un po’ di enfasi in questa proposizione ma va tenuto presente che è stata elaborata ed accettata proprio per evidenziare che la “grazia di lavorare” secondo il nostro carisma implica come suo fondamento un atteggiamento liturgico e orante. Essa va interpretata anche come reazione emotiva per “difendere” il primato della preghiera sul lavoro. Per quanto ricordo del dibattito in aula, specialmente all’inizio del VIII CPO, vi era una forte tendenza che voleva limitare la nostra attenzione al lavoro come realtà terrena con tutte le implicazioni concrete di tipo prevalentemente oggettivo e socio-culturale, dato che queste sembravano piuttosto trascurate, o addirittura ignorate, nella nostra prassi attuale. Ciò ha provocato una reazione tesa a ricuperare la dimensione spirituale del lavoro, in linea con le presenti Costituzioni. Questa poi ha trovato una formulazione più calibrata nelle Proposizioni nn. 16 e 17, significativamente introdotte dal titolo: “Il primo lavoro”. Le riporto perché possono esser considerate un commento appropriato del n. 80 delle Costituzioni:

«16. Siamo chiamati a integrare la vita di preghiera e l’attività lavorativa. Ogni nostro lavoro, con le sue gioie e attese, come pure con le sue fatiche e preoccupazioni, è davanti al Signore; in tal modo, con tutta la fraternità poniamo la nostra fiducia in Lui: “Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori” (Sal 127,1). Preghiera e fraternità sono fondamento essenziale per il nostro lavoro: senza di esse l’intrinseco valore del lavoro sarà ridotto a mera esecuzione dei compiti richiesti, vuoti di vita interiore e di vitalità.

17. La ricerca dell’unione con Dio è il primo lavoro dei frati. I tempi della preghiera fraterna non sono un modo per trascurare le nostre attività lavorative e pastorali o uno sfuggire alle fatiche umane del lavoro, ma un servizio derivante dal nostro stato di vita di consacrati. Perciò nessun frate si auto-dispensi dal compito primario della preghiera liturgica e dell’orazione mentale, consapevole che quando prega intercede a “favore di tutti gli uomini” (Cost. 49,1)».

Il nostro “primo lavoro” – la preghiera – è collegato con la fraternità come abbiamo visto nella proposizione n. 16: “Preghiera e fraternità sono fondamento essenziale per il nostro lavoro”. La fraternità, a sua volta, intrinsecamente collegata alla minorità, è indicata come “il criterio di scelta delle nostre attività”, nella proposizione n. 18:

«18. L’identità del frate cappuccino è caratterizzata dalla minorità vissuta in fraternità; essa diventa il criterio per la scelta delle nostre attività. Non siamo chiamati solamente a lavorare per i poveri, ma soprattutto con i poveri. Evitiamo di considerare il lavoro come autopromozione personale, per vivere sempre con spirito di servizio».

L’accento cade sulla natura fraterna del nostro lavoro che viene sviluppata specialmente nelle proposizioni nn. 37-38 e 40. Queste meritano di essere rievocate per la loro incisività, densità e concretezza, e per l’indicazione di alcune norme pratiche: la condivisione dei lavori nel capitolo locale, il lavoro in équipe, la valorizzazione della persona al di sopra del prodotto del lavoro, il lavoro dei malati e con i malati.

«37. Il lavoro dei singoli frati sia espressione di tutta la fraternità. Il capitolo locale sia il luogo dove, condividendo le fatiche e le gioie dei lavori vari, i frati si sostengono e si arricchiscono reciprocamente.

38. Diamo priorità al lavoro d’équipe piuttosto che a quello individuale, perché meglio esprime i valori della fraternità e della minorità. È necessario che tutti i frati s’impegnino a lavorare per obiettivi comuni, promuovano l’appartenenza e la partecipazione, sviluppino rapporti di uguaglianza, valorizzino e rispettino le reciproche differenze, rinunciando agli interessi particolari e al protagonismo personale. Il coordinatore del lavoro compiuto insieme non si comporti come un capo autoritario, bensì da fratello, il cui servizio è di animare e coordinare il gruppo in modo che tutti partecipino, favorendo la comunicazione e la creatività e affrontando con coraggio i conflitti.

40. La mentalità consumistica misura il valore della persona in base al ruolo che occupa nella società, e soprattutto in base a quello che produce, emarginando i più deboli. Tra noi però non sia così. In qualsiasi stato di salute e di età e in ogni situazione lavorativa, il frate sia accolto e messo nelle condizioni di dare il meglio di sé. Il lavoro di ogni frate venga stimato indipendentemente dal salario ricevuto. Le nostre comunità siano luoghi di gratuità nei quali ognuno possa sviluppare con creatività i doni ricevuti, lavorando fedelmente e devotamente in sano equilibrio con gli altri aspetti della nostra vita.

43. Uno dei gruppi più emarginati nella nostra società è costituito dagli infermi. Riconosciamo il valore della presenza dei fratelli ammalati nelle nostre fraternità. Con la loro testimonianza nel silenzio, nella pazienza e nella preghiera, essi collaborano alla edificazione della fraternità. Riconosciamo pure il lavoro dei fratelli che nella fraternità si prendono cura di loro accompagnandoli generosamente con amore e profondo rispetto.»

Oltre sulla fraternità, le Proposizioni attirano l’attenzione sul carattere minoritico del nostro lavoro: ciò viene svolto in modo abbastanza analitico nella sezione delle Proposizioni nn. 19-23. Siamo esortati ad accettare lavori che ci pongono all’ultimo posto, in condivisione con i poveri, evitando, anzi superando, innanzitutto la mentalità clericale che non raramente si fa strada all’interno della nostra fraternità, ma poi anche ottemperando agli obblighi fiscali verso lo Stato e accettando la inevitabile dipendenza nei servizi presso terzi. Molto significative le proposizioni nn. 19-21:

«19. Il nostro carisma di frati minori cappuccini si esprime in particolare in quelle attività che ci collocano all’ultimo posto, condividendo profeticamente la condizione di coloro che, una mentalità consumistica ed edonistica, reputano essere insignificanti. Questo ci impegna a condurre una vita sobria come i poveri del luogo.

20. Ricordiamo che lo scopo del nostro lavoro non è solo quello di assicurare il nostro sostentamento, ma di condividere la vita con gli uomini, mettendoci al loro servizio come frati minori. Ogni circoscrizione dell’Ordine abbia almeno una struttura di aiuto e di promozione per i poveri. A questo scopo i ministri si impegnino in queste direzioni: a) mettere a disposizione frati competenti e disponibili a svolgere questo servizio; b) destinare qualche nostro convento a tali iniziative; c) destinare una percentuale delle proprie entrate a beneficio dei poveri. La vicinanza e la frequentazione dei poveri ci aiuterà a rivedere sotto molti aspetti il nostro stile di vita.

21. La nostra fraternità è composta da religiosi presbiteri e religiosi laici. Nelle relazioni interne e nel lavoro ministeriale evitiamo ogni forma di clericalismo che ricerca l’ascesa sociale, i privilegi e il potere, profondamente contraria alla nostra identità di minori. Favoriamo strutture e atteggiamenti fraterni dove si testimoni la collaborazione, il dialogo e il servizio».

Nel contesto del criterio base delle nostre attività – la fraternità e la minorità – viene dato spazio al problema del nostro sostentamento in fraternità. Stralciamo alcune indicazioni espresse nella sezione 5 “Viviamo del nostro lavoro”:

«26. La diminuzione dei fondi di solidarietà della Curia generale e di altre fonti esterne va colta e vissuta come una benedizione, un’opportunità di discernimento per creare nuove forme di auto-sostentamento, confidando nella Provvidenza divina. Fra queste forme valutiamo prudentemente la possibilità di avviare istituzioni o progetti che rispondano ai bisogni locali e nei quali i frati possano lavorare.

27. Nel contesto della società contemporanea, la tradizionale questua - come è stata attuata per secoli - è andata via via sparendo quasi del tutto. Riteniamo, tuttavia, un valore conservare la tradizione della mendicità, rinnovandola e adattandola al contesto socio-culturale, trovando forme alternative, che siano consone al nostro essere minori, per esempio ricorrendo a donazioni di persone e istituzioni al fine di assicurare il minimo necessario a noi e ai poveri.

28. Le strutture costruite con il contributo della solidarietà economica dell’Ordine debbono arrivare a sostenersi autonomamente con il lavoro dei frati che vi operano. Non si costruiscano strutture nelle quali i frati non sono disposti a lavorare e ad autosostenersi.

29. Tenendo conto della nostra interdipendenza, le eccedenze del frutto del nostro lavoro, o altre entrate, siano messe a disposizione dell’Ordine per i bisogni delle circoscrizioni e a beneficio dei più poveri.

30. Un obiettivo possibilmente da raggiungere nella gestione dei servizi ministeriali e delle nostre strutture è quello dell’autonomia economica. Dal momento che con il lavoro le giovani circoscrizioni non possono sempre adeguatamente provvedere a se stesse, si suggerisce che l’ufficio di solidarietà fornisca materiali e supporto tecnico per accompagnare tali circoscrizioni nella riflessione su temi quali la sostenibilità economica, gli investimenti responsabili e i progetti di auto-aiuto. Ci si impegni a procurare per i frati le polizze di assicurazione per la salute e un fondo pensionistico, tenendo in considerazione la situazione locale».

In queste indicazioni è palese l’invito rivolto alle fraternità locali e provinciali, a trovare dei modi di autofinanziamento per il proprio sostentamento. Va notato in particolare la proposizione n. n. 27 che, pur suggerendo di trovare forme alternative alla questua, auspica che il valore tradizionale della mendicità sia conservato anche nel rinnovamento delle nostre forme di sostentamento e nel loro adattamento ai contesti socio-culturali.

IV. LA PLURIFORMITÀ DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO NELLA ECO DELL’VIII CPO

La pluriformità della grazia di lavorare è stata oggetto di svariati interventi nell’VIII CPO di cui resta traccia nelle proposizioni di tre sezioni: nella sezione n. 2, “Imparare a lavorare” (nn. 7-15); nella sezione n. 5 “Viviamo del nostro lavoro” (nn. 24-33) e nella sezione n. 7 “Con animo pronto esercitiamo ogni tipo di apostolato” (nn. 51-70). Stralcio alcune proposizioni che possono aiutare a tradurre in prassi concrete quanto indicato dagli articoli nn. 81-84 delle nostre Costituzioni sulla pluriformità della grazia di lavorare.

La visione della pluriformità del nostro modo di lavorare è ben presente innanzitutto nelle proposizioni dedicate alla formazione iniziale, tra le quali segnalo le nn. 8, 10, 11 e 12 che, fra l’altro, auspicano una ripresa del lavoro manuale e domestico ed anche l’esperienza di lavoro all’esterno:

«8. Nel tempo della formazione iniziale si insista sul lavoro manuale e domestico come mezzo per interiorizzare il nostro carisma. Quando è possibile, siano previsti per i candidati alcuni periodi di lavoro anche esterno, in modo da contribuire attivamente al sostentamento della fraternità.

10. Il lavoro manuale e domestico ci fa sperimentare l’amore oblativo per i fratelli, nell’umiltà e minorità del servizio. Se praticato con devozione, fin dalla formazione iniziale ci permette di sviluppare il senso di appartenenza alla fraternità locale e alla circoscrizione; diventa espressione concreta della cura di ciò che è di tutti e della solidarietà con i più poveri. In diverse culture la cura del lavoro manuale e domestico può significare un cambiamento di mentalità ed essere annuncio dell’uguale dignità di figli e figlie di Dio.

11. Durante la formazione iniziale si facciano conoscere ai frati in formazione le diverse possibilità di lavoro presenti nella circoscrizione, così da poter discernere con i loro formatori quel tipo di lavoro che appare più appropriato per loro. In tale discernimento, si prendano in considerazione le capacità del singolo soggetto, come pure i bisogni della circoscrizione, della Chiesa e della società. Da parte dei formatori ci sia l’attenzione a far maturare nei frati in formazione una disponibilità fattiva a impegnarsi in attività e lavori, secondo le esigenze delle circostanze.

12. Valutate le capacità e le attitudini dei fratelli in formazione, questi vengano avviati alla specializzazione anche in ambiti non legati al ministero ordinato (agricoltura, medicina, economia, informatica, scienze sociali, ecc.), adottando tale criterio anche nell’assegnazione delle borse di studio».

In secondo luogo si attira l’attenzione anche sul lavoro presso gli estranei all’Ordine come risulta dalle proposizioni nn. 23-25:

«23. Il lavoro per conto di terzi appartiene al carisma delle nostre origini. Si tratta di un modo di lavorare da minori che comporta: essere dipendenti dagli altri e sottostare alle loro condizioni, rinunciare al protagonismo personale e istituzionale, accettare condizioni lavorative normalmente più esigenti. Deciso e condiviso in fraternità, questo modo di lavorare è una finestra aperta sul mondo, fonte di arricchimento fraterno, scuola di lavoro e canale privilegiato per la nostra condivisione con le persone.

24. I primi Cappuccini per vivere scelsero di ricorrere alla mendicità. Oggi le situazioni socio-culturali ed ecclesiali in cui vive l’Ordine ci impongono di sostenerci col nostro lavoro. Pertanto possiamo assumere, anche come lavoro retribuito, ogni tipo di attività, anche all'esterno della fraternità, che appartiene all’onestà e che ci permette di vivere come minori.

25. Quanti entrano nell’Ordine con una loro professione, se non contrasta con il nostro carisma, continuino ad esercitarla, qualora fosse necessario per contribuire al sostentamento della fraternità».

Si parla inoltre anche dei lavoratori dipendenti dalle nostre fraternità non senza annotare che questa forma di lavoro “contrasta con la nostra scelta di frati minori”. Vediamo le proposizioni nn. 31 e 32:

«31. Il ricorso al servizio di dipendenti salariati nelle fraternità contrasta in alcune situazioni con la nostra scelta di frati minori. Si chiede a tutte le circoscrizioni di porre in atto una seria e rigorosa verifica sull’assunzione di personale dipendente, che deve essere sottoposta al discernimento di tutti i frati nel capitolo locale e al consenso del ministro o custode con il suo consiglio.

32. Come frati minori lavoriamo con i nostri dipendenti con rispetto, cooperazione, umiltà e semplicità. Sensibilizzandoli alla nostra forma di vita, relazioniamoci con essi in modo fraterno e cortese piuttosto che con mentalità padronale, senza mai rinunciare alla nostra responsabilità».

L’VIII CPO è ricco di numerosi suggerimenti concreti relativi alla pluriformità del nostro lavoro. Diverse proposizioni prospettano l’invito a lavorare tra i poveri in prima persona, come nella proposizione n. 20, già ricordata sopra nell’ambito della minorità. Sono da menzionare alcune forme di apparente non-lavoro ma di fatto di grande incidenza spirituale sul nostro lavorare: il valore della presenza degli infermi nelle nostre fraternità (n. 43, già ricordata sopra) e il lavoro a servizio egli ammalati (n. 44).

«44. L’amore e la responsabilità verso i nostri fratelli anziani e ammalati richiedono da parte della fraternità sollecitudine e attenzioni particolari: assicurare loro le cure mediche e l’assistenza sanitaria; commisurare il lavoro nella misura delle loro concrete possibilità; favorire il progressivo ritiro da responsabilità, servizi e ministeri, accompagnandoli in tale passaggio talvolta fonte di travaglio interiore».

V. LE IMPLICAZIONI SOCIO-CULTURALI DELLA GRAZIA DEL NOSTRO LAVORO NELLA ECO DELL’VIII CPO

L’VIII CPO ci offre diverse proposizioni che possono essere considerate interpretazione e commento dei tre temi relativi al lavoro trattati nei nn. 85-86-87 del cap. V.

Sul tema delle retribuzioni il CPO precisa:

«46. In spirito di appartenenza, tutti i frati consegnino integralmente alla fraternità le offerte, i salari, le pensioni, o altre risorse ricevute. Nello stesso modo non si approprino del ministero, di una funzione o dell’incarico, né traggano da essi profitto personale.

47. Se un fratello ostinatamente rifiutasse di consegnare alla fraternità tutto quello che ha ricevuto per il suo lavoro o in qualunque altro modo, il suo ministro è obbligato ad ammonirlo con fermezza, mansuetudine e amore, perché viva quello che ha promesso, ricorrendo, se necessario, anche all’ammonizione canonica».

L’VIII CPO riprende questo tema anche nelle proposizioni n. 55 e n. 68:

«55. I frati assumano i loro impegni non soltanto in vista di un ritorno economico, benché necessario, ma anche come risposta gratuita alle necessità del contesto sociale in cui sono inseriti, in collaborazione con altre iniziative di servizio gratuito.

68. I frati che lavorano tra gli emarginati, i poveri, i migranti, spesso non ricevono alcun compenso per la loro attività. I ministri e le fraternità locali sostengano volentieri le necessità economiche di questi servizi, anche attraverso rinunce e sacrifici nelle spese ordinarie».

Sul tema del riposo dal lavoro l’VIII CPO annota:

«48. Il tempo di vacanza sia considerato un momento di grazia che il Signore ci concede, tuttavia non sia considerato un diritto per disporre autonomamente del tempo. In ogni fraternità si faccia discernimento circa il modo migliore per vivere tale tempo, sia comunitariamente che individualmente.

49. Nel programmare le nostre vacanze guardiamo a coloro che non hanno tale opportunità, perché non lavorano o non ne hanno i mezzi. Evitiamo di adeguarci ai benestanti, e facciamo sì che esse siano confacenti al nostro essere minori, condividendole possibilmente con i frati e in solidarietà con i più umili della nostra società.

50. Esprimiamo concreti segni di gratitudine ai frati per il loro generoso lavoro».

Per quanto riguarda il tema del rapporto del lavoro con il tempo, dono di Dio, il CPO fa eco alla sollecitudine del cap. V circa la scelta delle nostre attività in ascolto dei segni dei tempi, invitando a tenere gli occhi aperti sulla situazione in cui siamo inseriti:

«52. In ordine a impegnare noi stessi in decisioni e azioni reali e concrete, abbiamo bisogno di tenere gli occhi aperti su ciò che sta avvenendo nella società, nella Chiesa locale e nella circoscrizione dell’Ordine in cui viviamo. È decisivo confrontarci con la realtà particolare nella quale il Signore ci ha inviati, essere intelligenti nel discernere le vie della sua volontà e agire risolutamente per compierla in spirito di libertà e umiltà.

53. L’ascolto e l’attenta osservazione del mondo che ci circonda e di ciò che preoccupa la gente, ci consentono di avere elementi per un miglior discernimento ai fini di:

a) individuare e valorizzare le attività dei singoli frati;

b) dare un volto significativo alle nostre fraternità e relazionarci con le persone;

c) evitare di proporre attività che il contesto non richiede;

d) facilitare la nostra presenza e testimonianza evangelica tra i poveri.

54. Per meglio servire gli uomini e le donne del nostro tempo, il nostro lavoro sia svolto con competenza e amore. Pertanto, partendo dal “principio del continuo miglioramento”:

a) riconosciamo la necessità della specializzazione, aggiornandola continuamente;

b) valutiamo le necessità a cui dare risposte;

c) programmiamo bene gli scopi e le finalità;

d) diamo priorità al lavoro in équipe e in rete con altre organizzazioni;

e) valutiamo i risultati e promuoviamo l’innovazione».

La verifica alla luce dei segni dei tempi è focalizzata nella proposizione n. 73 con diversi suggerimenti concreti:

«73. È necessario che nel lavoro apostolico siamo attenti e vigili nel leggere i “segni dei tempi”, in modo da:

a) attuare con fedeltà la nostra forma di vita evangelica e la nostra testimonianza apostolica nelle diverse regioni e culture;

b) armonizzare l’evangelizzazione con le necessità degli uomini e le loro condizioni di vita;

c) aprirci al dialogo con tutti i cristiani, con i credenti di altre religioni e con i non credenti».

VI. EPILOGO: IL LAVORO DELL’ANNUNCIO EVANGELICO NELLA ECO DELL’VIII CPO

È interessante rilevare che anche l’VIII CPO, come il n. 87,4 delle nostre Costituzioni, conclude attirando l’attenzione sul Vangelo con una serie di Propositiones raccolte entro l’invito finale: “Portiamo l’annuncio della salvezza” della sezione n.8.

Il lavoro apostolico, inteso come evangelizzazione, è il tema esplicito di questa sezione. Viene introdotto nella proposizione generale n. 71 che ci sollecita ad una “conversione missionaria” identificata con l’immagine tipica di papa Francesco di “Chiesa in uscita”:

«71. L’opera di evangelizzazione postula una “conversione missionaria” della propria vita apostolica non più confinabile all’interno delle proprie strutture e delle attività tradizionali, ma come “Chiesa in uscita”. Pertanto i frati si impegnino a lavorare con passione ed entusiasmo, in particolare nel servizio del primo annuncio del vangelo, nella formazione cristiana della comunità e in tutti quei luoghi oggi indicati come “periferie”. Il nostro “uscire in missione” privilegi innanzitutto la testimonianza e il servizio tra i non-cristiani, attraverso il dialogo interreligioso e, quando è possibile, annunciando esplicitamente il Signore risorto».

L’evangelizzazione è qui presentata come quel lavoro che immette in situazione di “conversione missionaria” ossia di tensione e polarizzazione verso l’annuncio che ci è stato affidato come missione dal Signore a tutta la Chiesa. In quanto legata ad un “mandato-missione”, rappresenta il vertice verso cui tende tutto il nostro operare.

Nell’ultima proposizione, n. 74, il lavoro apostolico viene ricollegato decisamente alla nostra vita fraterna rinnovata per essere risposta efficace agli uomini nella loro ricerca di senso e nei loro problemi sociali.

«74. Siano incoraggiate nuove iniziative di fraternità permanenti o temporanee al fine di rispondere alla ricerca e al desiderio di Dio da parte degli uomini e alle gravi emergenze sociali (per es. rifugiati, migranti, disastri naturali)».

Per l’VIII CPO la risposta al desiderio di Dio degli uomini e ai loro problemi passa anche attraverso nuove iniziative di fraternità. Il “lavoro dell’apostolato”, emblematicamente qui significato dalla prima evangelizzazione, è quindi, per l’VIII CPO, strettamente collegato alla nostra vita di fraternità rinnovata. Questa quindi, in ultima analisi, è intesa anche come espressione del “Vangelo del lavoro”.

Così ci congeda l’VIII CPO, lasciandoci come messaggio conclusivo l’esortazione a far sì che tutto il nostro agire comunitario, fraterno e minoritico, si configuri come il lieto annuncio del Vangelo per il nostro mondo.



[1] Seguo qui l’edizione ufficiale italiana: Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini e Ordinazione dei Capitoli generali. Regola e Testamento del Serafico Padre S. Francesco, Edizione a cura della Conferenza Italiana dei Ministri Provinciali Cappuccini – Ed. Padre Pio da Pietrelcina, S. Giovanni Rotondo 2015.

[2] Fr. Mauro Jöhri, Lettera a tutti i frati dell’Ordine, Curia generale OFMCap, Roma 28 novembre 2009, Prot. N. 00868/09; allegata anche a: Commissio constitutionum, Proposta di revisione del capitolo V, Curia generale OFMCap, Roma 2009.

[3] Devo alla cortesia del segretario della Commissio Constitutionum OFMCap, fr. Francesco Polliani, che ringrazio cordialmente, la possibilità di aver il testo di questa Seconda Proposta di Revisione, assieme ad altro prezioso materiale:1) Le sue due conferenze tenute a confratelli sul capitolo V, una delle quali è corredata anche con gli apporti dell’VIII CPO. 2) Il suo commento al Cap. V desunto dal suo volume: fr. Francesco Polliani, Le nuove Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini. Analisi e commento (Centro Studi Cappuccini. Nuova Serie 3), Edizione Biblioteca Francescana, Milano 2016. 3) La presentazione del Cap. V “Il nostro modo di lavorare” di fr. Leonhard Lehmann.

[4] PdR1: nella nota esplicativa n. 10 in riferimento al n. 80.

[5] PdR2: nella nota esplicativa n. 10 in riferimento al n. 79[75]).

[6] PdR1: nota esplicativa n. 2 in riferimento al n. 80: «Il lavoro umano si pone come prolungamento dell’opera del Creatore (cfr. Gaudium et spes 34). Perciò, seguendo da vicino il testo della Laborem exercens (n.25; cfr. anche VI CPO 14) la Proposta di revisione afferma che con il lavoro si partecipa all’opera della creazione. Come nel testo attuale, la proposta di revisione considera il lavoro come vocazione, ma evidenzia l’universalità di tele vocazione: Dio chiama tutti, non solo noi, a partecipare all’opera della creazione mediante il lavoro, che è risposta al mandato di Dio».

[7] PdR1: nota esplicativa n. 4: «Seguendo l’insegnamento del Vat. II (cfr. Gaudium et spes 34), si sottolinea che il lavoro è attuazione del disegno primordiale di Dio (cfr. Gen 1,28)».

[8] PdR1: nota esplicativa n. 5 in riferimento al n. 80: «In tal modo si intende suggerire che il lavoro è mezzo di formazione, ma per evitare di intenderlo solo come promozione individuale si aggiunge che con esso si aiuta il prossimo e si coopera al bene della società».

[9]VI CPO, Vivere la fraternità in povertà, n. 14: “«14. Il lavoro contribuisce a perfezionare l’opera della creazione, è di beneficio alla società, unifica la comunità e realizza la persona. La povertà evangelica, come sequela di Cristo, ristabilisce la dignità del lavoro in un mondo che l’ha ridotto ad un semplice bene economico. Per noi francescani il lavoro è una forma di solidarietà tra di noi e con il popolo e fonte primaria di sostentamento. Intendiamo qui evidenziare alcuni aspetti: il lavoro promuova la valorizzazione dell’individuo e venga incontro alle necessità della comunità; ai frati sia data pari opportunità di formazione; si abbia consapevolezza, anche critica, delle dinamiche presenti nel mondo del lavoro».

[10] PdR1: nota esplicativa n.1. Vi si precisa che questo testo preso dalla IV preghiera eucaristica è più appropriato al nostro contesto che non Gv 5,17 (“Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”) che era presente nel testo delle Costituzioni del 2002.

[11] PdR1: nota esplicativa 6, in relazione al n. 80: «L’accenno al mistero della Incarnazione (Cfr Gv 1,14) mette in evidenza la totale solidarietà di Cristo con gli uomini (cfr. Ebr 2,17: ‘doveva rendersi in tutto simile ai fratelli’), per cui ‘apparso in forma umana’ (Fil 2,7) egli si è manifestato come ‘uomo del lavoro ’ ed è appartenuto al ‘mondo del lavoro’  (Laborem exercens n.26). In tal modo viene esplicitato il fondamento della elevazione della dignità del lavoro».

[12] Testimonianza contenuta nel commento al capitolo V in: : fr. Francesco Polliani, Le nuove Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini. Analisi e commento (Centro Studi Cappuccini. Nuova Serie 3), Edizione Biblioteca Francescana, Milano 2016.

[13] PdR1: nota esplicativa n. 9 nell’ambito del n. 80: «L’attributo di principio e perfezionatore della creazione, dato allo Spirito Santo, viene ricavato dalla dottrina di s. Tommaso d’Aquino (Cfr. Summa contra Gentiles IV, 20) e dalla liturgia (cfr. la Sequenza Veni Sancte Spiritus di Stefano di Langton del 1200) ma anche dal Concilio Vaticano II: “Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza , dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione” (Gaudium et spes, n. 26). Il testo introdotto congiunge insieme la Chiesa e lo Spirito, dando a questi la preminenza: ‘Lo Spirito anima la Chiesa’».

[14] S. Agostino, Sermone 267,4: “E ciò che l'anima è per il corpo umano, lo Spirito Santo lo è per il corpo di Cristo che è la Chiesa”.

[15] PdR1, nota esplicativa n. 11 in riferimento al n. 80.

[16]PdR1: nota esplicativa n. 3, in riferimento al n.80.

[17] PdR1: nota esplicativa n. 15, in relazione al n. 80.

[18] PdR1: ancora nota esplicativa n. 15 in relazione al n. 80.

[19] fr. Francesco Polliani, Le nuove Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini. Analisi e commento (Centro Studi Cappuccini. Nuova Serie 3), Edizione Biblioteca Francescana, Milano 2016, nel commento al 78,4-5.

[20] PdR2: nota esplicativa n. 18 riferito al n.79(75) della Proposta 2.

[21] PdR1: nota esplicativa n. 5 in riferimento al n. 84 della Proposta 1.

[22] PdR1: nota esplicativa n. 6 nell’ambito del n. 84: “Il lavoro occupa una grande parte nella Dottrina sociale della Chiesa e nella sua sollecitudine pastorale. Perciò nel progetto 2006 era stato formulato questo testo: «La Chiesa, impegnata per il bene integrale della persona, si preoccupa di promuovere e di sviluppare una spiritualità del lavoro che aiuti a preservare, allo stesso tempo, la dignità della persona che lavora e del lavoro della persona».

[23] PdR1: nota esplicativa n. 6 nell’ambito del n. 84.

[24] PdR2: nota esplicativa n. 20 nel contesto del n. 81.

[25]PdR1: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 84.

[26] PdR2: nota esplicativa n. 21 in riferimento al n. 79(75).

[27] Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini, rinnovate dal Capitolo Generale Speciale, tenuto a Roma dal 19 agosto al 25 ottobre 1968. Pro manuscripto. Testo italiano pubblicato dalla Conferenza Italiana dei Superiori Provinciali Cappuccini, Piazza della Consolazione 84, Roma 1969, p. 31.

[28] PdR1: nelle note esplicative 2 e 3 (nell’ambito del n. 81): «Il nuovo incipit stabilisce il collegamento con il paragrafo precedente [=79/1] e ricupera la visione delle Costituzioni del 1968 e del 1982 che con maggior fedeltà ai testi evangelici (cfr. Mt 18,24; 25,15.16.20.22.28) parlano dei talenta a Deo data.  […]. L’idea di solidarietà verso i poveri e di dover condividere con loro il frutto del nostro lavoro è essenziale e appartiene alla tradizione legislativa dell’Ordine».

[29] PdR2: nota esplicativa n. 5 in riferimento al n. 80 (76,1-2): «Nel PdR1 si diceva: “Il lavoro dei singoli frati sia espressione di tutta la fraternità e manifesti il sostegno mutuo che ci deve sempre caratterizzare” […] La Commissione, pertanto, ha ripensato il testo e, proprio allo scopo di esplicitare maggiormente la dimensione fraterna del lavoro, ha preferito dire: “Il lavoro dei singoli frati sia espressione di tutta la fraternità e ne manifesti la comunione di intenti»

[30] PdR1: nota esplicativa n. 3 (in riferimento al testo in n. 82) «Non è sufficiente affermare che il lavoro si svolge per mandato della fraternità. Questo può esser revocato e il frate può essere chiamato dai superiori ad espletare un altro servizio. Il testo si pone in continuità con il capitolo II riguardante la formazione ed intende esprimere nuovamente la necessità di rimanere aperti e disponibili ai bisogni della Provincia e dell’Ordine, senza che ognuno assolutizzi il proprio campo di lavoro, quasi si trattasse di qualcosa che gli appartiene irrevocabilmente».

[31] PdR2: nota esplicativa n. 2, in riferimento al n. 81 (76,3-4); Questo cambio di stile era già presente in PdR1: nota esplicativa n. 2 in riferimento al n. 83.

[32] PdR1: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 83.

[33]PdR1: nota esplicativa 6, in riferimento al n. 83. «Vi era in un luogo un certo frate che non si prestava per la questua, ma valeva per quattro a tavola. Notando il Santo che era amico del ventre, partecipe del frutto, ma non della fatica, un giorno lo riprese così: "Va' per la tua strada, frate mosca, perché vuoi mangiare il sudore dei tuoi fratelli e rimanere ozioso nell'opera di Dio. Ti rassomigli a frate fuco, che lascia lavorare le api, ma vuole essere il primo a mangiare il miele» (FF663)".

[34] PdR1 nota esplicativa n. 7 in relazione al n. 83: «Il paragrafo ha carattere di sintesi conclusiva dell’intero numero e all’inizio riprende quasi ad litteram un’espressione tradizionalmente presente nelle nostre Costituzioni, a cominciare da quelle del 1536 (cfr. F. Catalano- C. Cargnoni- G. Santarelli, edd., Le prime Costituzioni …n. 63) fino a quelle del 1968 (n.64)».

[35] PdR1: nota esplicativa n. 8, in riferimento al n. 83: «La seconda parte del paragrafo che sottolinea la dimensione culturale del lavoro e del suo rapporto con il sacrificio eucaristico, dipende dall’insegnamento della Lumen gentium (cfr nn. 31.32.34). Si ricupera, quindi, un elemento fondamentale per il nostro modo di lavorare, a suo tempo evidenziato dallo Schema della C.C.L. (n. 96) che dalle Costituzioni del 1968 (n. 64)».

[36] Lumen gentium n.34. «Il sommo ed eterno sacerdote Gesù Cristo, volendo continuare la sua testimonianza e il suo ministero anche attraverso i laici, li vivifica col suo Spirito e incessantemente li spinge ad ogni opera buona e perfetta. A coloro infatti che intimamente congiunge alla sua vita e alla sua missione, concede anche di aver parte al suo ufficio sacerdotale per esercitare un culto spirituale, in vista della glorificazione di Dio e della salvezza degli uomini. Perciò i laici, essendo dedicati a Cristo e consacrati dallo Spirito Santo, sono in modo mirabile chiamati e istruiti per produrre frutti dello Spirito sempre più abbondanti. Tutte infatti le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo (cfr. 1 Pt 2,5); nella celebrazione dell'eucaristia sono in tutta pietà presentate al Padre insieme all'oblazione del Corpo del Signore. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso».

[37] PdR1: nota esplicativa n. 1 in riferimento al n.84.

[38] PdR1: nota esplicativa nell’ambito del n. 85: «Si noti inoltre la sostituzione di ‘compiti propri di ciascuno’ con ‘compiti affidati a ciascuno’ per evitare una espressione (la prima), che può generare equivoci e potrebbe favorire la appropriazione individualistica del lavoro, dei compiti e dei ministeri. La nuova espressione proposta è più corretta e più conforme alla nostra vocazione di fraternità e minorità».

[39] PdR1: nota esplicativa n. 1 nell’ambito del n. 86.

[40] PdR1: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 86.

[41] PdR1: nota esplicativa n. 5 nell’ambito del n. 86.

[42] PdR1: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 87.

[43] PdR1: nota esplicativa n.1 nell’ambito del n.88; ripresa in PdR2: nota esplicativa n. 2 nell’ambito del n.89(80)

[44] PdR1: al n. 89: proposta di nuovo testo.

[45] PdR1: nota esplicativa n. 1 nell’ambito del n. 89.

[46] PdR2: nota esplicativa n. 1 nell’ambito del n.88 (82,1-3); che corregge quanto aveva espresso in PdR1: n. 90: vedi PdR1: nota esplicativa n. 1 nell’ambito del n.90.

[47] PdR2: nota esplicativa n. 3 nell’ambito del n. 88 (82,1-3); presente anche in PdR1, nota esplicativa n. 3 nell’ambito del n. 90.

[48] PdR1: n. 90 in proposta di revisione 82,3

[49] PdR2: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 88(82,1-3). L’idea della inclusione trinitaria del capitolo è anche presente in PdR1: nota esplicativa n. 6 nell’ambito del n. 90.

[50] PdR2: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 88(82,1-3).

[51] PdR1: n. 90, 4-5: “4.Per vivere bene il dono del tempo senza sciuparlo, verifichiamo spesso se le nostre opere ed attività sono rispondenti alle condizioni presenti e alle sollecitudini che attraverso di esse lo Spirito ci offre. 5. Docili a Lui, apriamoci al futuro anche con sapiente previsione e programmazione, così da diffondere il Vangelo affinché il mondo possa essere sempre più trasfigurato secondo lo spirito delle beatitudini e consacrato al Padre per mezzo di Cristo”.

[52] PdR2: n. 88(82,1-3) §5.

[53] PdR2: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 88(82,1-3) «Il § 5 si pone come testo totalmente nuovo centrato sulla docilità dello Spirito del Signore, operante nel tempo. È da sottolineare, inoltre, la parte finale del testo, che dice riferimento alla nostra specifica vocazione in quanto consacrati. Il testo dipende esplicitamente dalla Costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II: “Il carattere secolare è proprio e particolare ai laici. Infatti i membri dell’ordine sacro, sebben talora possano tendere affari secolari, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro speciale vocazione sono ordinati principalmente e propriamente (ex professo) al sacro ministero, mentre i religiosi col il loro stato testimoniano in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle Beatitudini” (n.31). Con la sua nota trinitaria quest’ultimo § si ricollega al primo numero del capitolo V e viene a stabilirsi una inclusione che può assumere il carattere di chiave interpretativa della materia trattata nello stesso capitolo».

[54] PdR2: nota esplicativa n. 4 nell’ambito del n. 88(82,1-3)