Ordo Fratrum Minorum Capuccinorum

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aktualizacja 2:24 PM CET, Oct 31, 2020

fr. Mauro Jöhri OFMCap

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Capitolo Primo delle Costituzioni

La vita dei frati minori Cappuccini

di Fra Mauro Jöhri

Il primo capitolo delle nostre Costituzioni di frati minori cappuccini riprende il primo Capitolo della Regola bollata, quella del 1223, approvata da Papa Onorio III. Significa che getta per così dire le fondamenta di tutto quanto segue. Di fatti, affermando che la Regola e Vita dei frati minori è osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio in castità, annuncia qual è il fondamento sul quale costruire la nostra vita di frati cappuccini. I capitoli che seguono non sono altro che una concretizzazione di questa affermazione iniziale, cioè osservare il Santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo.

Immediatamente dopo l’affermazione di voler fare del Vangelo la sua forma di vita, San Francesco promette obbedienza e riverenza al Papa. “La conferma da parte della Chiesa che la via seguita da Francesco e dai suoi è conforme al vangelo significa e garantisce che anche nella loro vita, come in quella della Chiesa, il vangelo è vivente. Chi può dare questa garanzia è solo la Chiesa.”[1]

A partire da questi due paragrafi iniziali della Regola, il primo capitolo delle nostre Costituzioni è stato suddiviso in due articoli:

  • La nostra vita secondo il Vangelo
  • La nostra vita nella Chiesa.

In questo senso il primo capitolo delle Costituzioni getta le basi e annuncia quali sono gli orientamenti di fondo della vita dei frati minori cappuccini, il nostro carisma. Va fatto notare che ci muoviamo nell’alveo delle nostre Costituzioni così come vennero riformulate a seguito del Concilio Vaticano II, nel 1968. Seguirono diverse riscritture, da ultimo quella del 2012, ma fondamentalmente queste ultime rimangono debitrici della svolta che ebbe luogo nel 1968 e si trattò di una svolta di non poco conto. Di fatti, fino a quella data, benché le Costituzioni vennero aggiornate a più riprese anche in precedenza, esse rimasero profondamente ed essenzialmente debitrici di quelle formulate durante il Capitolo dell’Ordine tenutosi nel convento di Sant’Eufemia in Roma nel lontano 1536. Mentre allora l’accento veniva posto decisamente sull’aspetto penitenziale e sulla regolare osservanza, quelle del 1968 spostarono tutto l’impianto portando l’attenzione sulla vita in fraternità e la dimensione della minorità. Sarà importante cogliere il rapporto fra continuità e discontinuità tra le due impostazioni del nostro progetto di vita. Tra le ragioni che influirono su questo cambiamento non va menzionato unicamente il Concilio Vaticano II, ma ritengo si debba tener conto anche degli sviluppi avvenuti all’interno del nostro Ordine soprattutto a partire dal generalato di P. Bernardo Christen da Andermatt (1884 – 1908) e con la prassi da lui introdotta di assegnare un territorio di missione per Provincia. Ma su questo ritorneremo più avanti.

La nostra vita secondo il Vangelo

L’affermazione primordiale e imprescindibile da parte di San Francesco rimane questa: La Regola e Vita dei frati minori è questa: cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità. A partire da questa dichiarazione centrale possiamo e dobbiamo porci alcune domande:

  • Cosa significa il binomio per cui il Vangelo è Regola e vita?
  • Cosa si intende esattamente per “Vangelo”?
  • Perché la scelta del verbo “osservare” e quali conseguenze tale scelta ebbe nella vita dell’Ordine?

Ma prima ancora di entrare nel merito di queste domande, rimane fondamentale ricordare quanto lo stesso Francesco afferma nel suo Testamento: E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. C’è in Francesco la consapevolezza di aver ricevuto un dono dall’alto e, nello stesso tempo, la presa di coscienza della dimensione vincolante dello stesso.

Il binomio Regola e Vita sta certamente ad indicare sia in un primo tempo il riferimento alla fonte contenente i precetti secondo i quali orientare la propria vita (regola) e, in secondo luogo, l’esigenza che quanto uno cerca di applicare non si limiti ad essere un seguito di atti posti in maniera volontaristica, ma permei tutta l’esistenza del singolo frate, tanto da diventare un fatto ovvio, un tratto inconfondibile del suo itinerario quotidiano.

Per Vangelo possiamo intendere in senso lato la buona novella del Regno di Dio che si è fatto vicino, di Dio che porta uno sguardo pieno di misericordia sulle sue creature, come pure le massime (insegnamenti) pronunciate da Gesù e contenute nei quattro vangeli, riferite alla vita di coloro che intendono seguirlo più da vicino. Portando il nostro sguardo sul primo Capitolo della Regola del 1221 ci imbattiamo precisamente in tre precetti imprescindibili per chi volesse vivere secondo la forma del santo Vangelo:

  • Se vuoi essere perfetto, va’ e vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo e vieni e seguimi.
  • Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso e prenda la sua croce e mi segua.
  • Se qualcuno vuole venire a me e non odia il padre e la madre e la moglie e i figli e i fratelli e le sorelle e perfino la sua stessa vita, non può essere mio discepolo.[2]

Tutto ciò sta a dire che il vero frate minore è chiamato a sbarazzarsi dei suoi beni terreni per orientare la sua vita al mondo che ha da venire. Si tratta della scelta radicale di vivere senza nulla di proprio, in una povertà capace di rendere l’uomo pienamente libero, a condizione che lo viva con letizia, perché in questo caso sarà libero sia dalla cupidigia che dall’avarizia.[3] Inoltre, il distacco dai beni materiali, per essere completo, richiede pure una rimessa in questione della propria persona (rinnegamento), un intenso lavoro su se stessi. In terzo luogo, la scelta di vivere secondo il santo Vangelo esige una rimessa in questione radicale dei propri affetti e la conseguente revisione dei legami famigliari e da se stessi[4].

Nel primo capitolo della Regola bollata accanto al verbo osservare ricorre pure il verbo obbedire e il sostantivo obbedienza. Potremmo essere portati a pensare che il Serafico Padre voglia portare l’accento soprattutto sul momento dell’applicazione o adesione esteriore ai precetti evangelici, ma, se teniamo conto che appena sopra ha parlato di Regola e Vita, sappiamo che ci chiede di passare dall’osservanza esteriore alla configurazione sempre più intima alla vita stessa di Cristo. Perciò la vita dei frati può essere ritenuta come una vita in obbedienza, dove l’accoglienza del precetto che ci è dato dal Signore conduce alla realizzazione di un rapporto di intimità e di immedesimazione con Lui, affinché il Signore diventi vita della nostra vita.[5]

Ora, è interessante vedere in che modo nel primo capitolo delle nostre Costituzioni si fra riferimento al Vangelo. Vi si parla dell’esigenza di progredire sempre più nell’intelligenza del Vangelo (1,4); di fedeltà al Vangelo (5,2; 6,2), di libertà evangelica (7,5), di esperienza evangelica (8,2), della nostra vocazione evangelica (15,1). Il motivo di tutto ciò sta nel fatto che dal Vangelo sgorga la Regola (7,1), che il Vangelo rappresenta la legge suprema (1,5), che esso contiene gli insegnamenti di Cristo (10,2) e i consigli evangelici (2,3). Il tutto passa per la mediazione del serafico Padre San Francesco, il quale intraprese la vita evangelica (3,1), la vita secondo la forma del Santo Vangelo (4,1) e presso il quale possiamo parlare di intuizioni evangeliche (5,1). Da qui nasce l’esigenza di annunciare il Vangelo (5,5), di tener conto delle intenzioni evangeliche dei primi cappuccini (7,2), rendendoci conto che la vita fraterna rappresenta un lievito evangelico (13,4).

N. 1

Le nostre Costituzioni iniziano affermando che il santo Vangelo di nostro Signore Gesù Cristo è, in ogni tempo, la sorgente di tutta la vita della Chiesa. Fermiamoci all’immagine della sorgente! Essa evoca l’immagine della freschezza, del dono e della gratuità. Una sorgente va cercata e frequentata. In seguito uniremo i due palmi delle mani per raccogliere l’acqua fresca e portarla alle nostre labbra. Gesù stesso è quest’acqua viva e i vangeli sono come il sentiero che ci porta a lui, la via che ci permette di giungere a lui, per conoscerlo e godere della sua presenza.

È importante cogliere le varie sfumature perché vi si parla del Vangelo di Nostro Signore Gesù Cristo e ciò sta a significare il suo messaggio, la rivelazione del Padre che rivolge amorevolmente lo sguardo alle sue creature. Nello stesso tempo non possiamo dimenticare che Gesù stesso è il Vangelo, in quanto è lui il dono fatto dal Padre all’umanità, perché conoscendo il Figlio conosceremo il Padre. Il Vangelo sono pure i quattro Vangeli che testimoniano del cammino terreno del Figlio unigenito del Padre fatto uomo e riportano i suoi insegnamenti. Concretamente “si tratta di seguire Gesù Cristo, le sue parole, il suo insegnamento, il suo esempio, la sua volontà, le sue orme, la sua umiltà e povertà”.[6]

San Francesco ha fatto del Vangelo la ragione della sua vita e della sua azione. Per lui osservare il Vangelo significa vivere in attento ascolto di esso, in sintonia con esso. E quando inviterà i suoi frati e tutti i fedeli a vivere la povertà, lo farà perché vede come questa venne vissuta dall’altissimo Signore nostro Gesù Cristo e dalla sua santissima Madre. [7]

Sempre il primo numero delle Costituzioni ci invita poi a porci sotto la guida dello Spirito Santo, perché lui solo è la guida in grado di introdurci alla piena conoscenza della profondità del mistero di Cristo. In riferimento a quanto è riportato dai Vangeli dell’infanzia di Luca, la Vergine Maria ci viene indicata quale esempio da imitare nell’approfondimento e la meditazione assidua del vangelo. Lasciando plasmare la nostra vita dal Vangelo, cresceremo in tutto verso Cristo.

N. 2

In questo secondo numero il richiamo è soprattutto a San Francesco, il quale ci ha insegnato a seguire le orme di Cristo in letizia, orme che si contraddistinguono per la sua povertà, umiltà e morte di croce. Il fine ultimo di tale cammino, la meta da raggiungere, è il Padre mediante lo Spirito Santo.

Il secondo paragrafo del numero riprende un tema molto caro alla spiritualità francescana, quello della conformità a Cristo, e afferma che il luogo per eccellenza di questa trasformazione ci è dato nella celebrazione dell’Eucarestia. Grazie ad essa diventiamo partecipi del mistero pasquale. Il tema dell’Eucarestia verrà ripreso in seguito dal testo costituzionale quando si tratterà di sottolineare l’importanza e la necessità della celebrazione quotidiana della stessa in seno alla singola fraternità. Il fatto per cui vi si accenna già fin dal secondo numero sta a significare che siamo davanti ad un aspetto assolutamente centrale della nostra vita. Per vivere ed essere introdotti nel mistero di Cristo, siamo chiamati a vivere con cuore generoso e fedele i consigli evangelici: obbedienza, povertà e castità. Di questo saremo capaci unicamente se dapprima e in permanenza ci lasciamo raggiungere dal dono che il Cristo ha fatto di sé fino alla morte di croce e continua a rendere presente nella celebrazione del sacrificio eucaristico.

N. 3

Il terzo numero ci ricorda, in fedeltà al Testamento, che l’inizio della vita nuova di Francesco, il suo fare penitenza, ebbe inizio dal momento nel quale si mise a servire i lebbrosi. Segue il riferimento all’incontro con il crocifisso di San Damiano. La fedeltà a quanto Francesco riferisce nel Testamento rappresenta la fonte alla quale attenerci nella comprensione delle scelte da lui compiute, mettendoci in guardia da ogni tipo di mistificazione. Il cambiamento radicale di vita nel giovane Francesco avvenne grazie all’incontro con i lebbrosi, incontro che egli attribuisce all’intervento del Signore stesso.[8] Da qui sorge la trasformazione dell’amante nell’immagine dell’amato. Francesco ci ha dato l’esempio della sua vita e rimane il richiamo di quanto siamo chiamati a vivere giorno dopo giorno. Il fatto per cui le nostre Costituzioni parlino prima dell’incontro con il lebbroso e solo in seguito di quello con il crocifisso di San Damiano rappresenta un’indicazione assai preziosa per ogni cammino formativo ma anche di vita francescano cappuccina: non ci può essere frequentazione di Cristo nella preghiera che non sia affiancata dallo stare accanto al lebbroso in atteggiamento di servizio.[9]

N. 4

L’enunciato di questo numero è rappresentativo dell’impostazione complessiva data alle nostre Costituzioni a partire dalla loro riscrittura avvenuta a seguito del Concilio Vaticano II. Infatti, in due paragrafi distinti vi si annuncia la centralità per la nostra vita della fraternità e della minorità. Il primo paragrafo ricorda come san Francesco attribuisca il vivere in fraternità ad una rivelazione divina. Fraternità non nel senso di qualcosa di astratto, bensì concretezza di fratelli chiamati a realizzare una comunione di vita. È questa la premessa indispensabile e che non può mai mancare perché vi sia autentica testimonianza del Regno di Dio e predicazione di pace e penitenza.

Il secondo paragrafo si affretta a porre accanto alla fraternità l’aspetto della minorità e afferma che ambedue sono aspetti originari del carisma donatoci dallo Spirito. Sia la dimensione contemplativa che quella apostolica della nostra vita debbono sempre e imprescindibilmente essere sostenute e segnate dai due aspetti sopra menzionati, cioè fraternità e minorità. Sono la premessa che non può né deve mai mancare, pena il tradimento del nostro carisma. L’impegno a vivere la vita fraterna da minori corrisponde alla realizzazione dell’ideale evangelico.

Excursus: Come si è giunti a proporre la vita fraterna quale elemento centrale del nostro carisma?

È il caso di ricordare e di sottolineare qui la portata tutt’altro che indifferente di questo numero delle Costituzioni, perché esso orienta in maniera nuova e per un certo verso anche sorprendente tutto l’impianto del testo costituzionale e di conseguenza del nostro carisma di frati minori cappuccini. Non mancheranno certamente i richiami alla vita di penitenza e alla povertà, ma ora è chiaro che sia l’uno che l’altro debbono tener conto sempre sia dell’aspetto fraterno che di quello minoritico. Non ha senso per esempio una pratica penitenziale che si allontani o si contrapponga alla vita della fraternità. È il caso di ricordare qui che siamo di fronte ad una vera e propria svolta nell’impostazione della nostra vita e che si tratta di un aspetto quanto mai esigente.

Di fatti, “la vita fraterna vissuta con intensità e fedeltà è più esigente anche della stessa scelta della povertà. Mi spiego: se la povertà consiste principalmente nel sottrarre quante più cose alla vita e ridurre le mie e le nostre esigenze all’essenziale, il vivere fraterno esige una continua dinamica di donazione, che ci impegna a rendere più autentica la qualità delle relazioni che accompagnano la nostra quotidianità. A volte si tratta di saper perdonare e di saperlo fare sempre di nuovo, altre volte occorre fare un passo indietro per fare spazio all’altro perché i suoi doni possano fiorire e portare frutto. La vita fraterna, originata dallo Spirito Santo, cresce se la qualità delle nostre relazioni ha il sapore dell’accoglienza, del perdono, della misericordia e della carità che il Signore Gesù ci ha presentato come Beatitudine per la nostra esistenza.”[10]

A partire da questa scelta, il nostro Ordine ha avvertito l’esigenza di approfondire l’argomento e di studiarne le molteplici applicazioni nei vari ambiti dell’economia, della minorità e del lavoro. La presa di coscienza della centralità della vita fraterna è stata ripresa in diversi Consigli plenari dell’Ordine degli ultimi decenni. Ricordiamo in particolare il VI CPO: Vivere la Povertà in Fraternità (1998), il VII: La nostra vita fraterna in minorità (2004); VIII: La grazia di lavorare (2015). Ciò sta a dire fino a che punto la svolta maturata durante gli anni del Concilio Vaticano II ha segnato il cammino del nostro Ordine.

Nella vita secondo la nostra identità fraterna e minoritica riconosciamo la base di ogni nostro apostolato e la prima forma di missione evangelica per una effettiva testimonianza di totale comunione nella diversità dei carismi e ministeri, vissuti nelle nostre fraternità. Tutti i frati devono essere animati a vivere il primato della vita fraterna in minorità come prima forma del nostro apostolato.[11]

Perché e come si è giunti a questa svolta? Ritengo che le ragioni sono molteplici e non è il caso di menzionarle tutte in questa sede. Anzitutto va detto che diverse forme di tipo penitenziale (la disciplina, il cilicio, la colpa) venivano praticate ormai solo dai novizi senza più coglierne lo spirito. La stessa osservanza regolare che per secoli aveva scandito il ritmo della vita dei frati, era decaduta ad una formalità priva di contenuto. Per dirla con una formula semplice e diretta: si avvertiva l’esigenza di passare dalla cosidetta vita comune alla comunione di vita. Sembra di essere di fronte ad un semplice gioco di parole, ma dietro ad esso si cela il desiderio di passare da un vivere insieme improntato ad un certo formalismo, dove ciò che contava era in primo luogo il fatto di porre simultaneamente e nella giusta misura gli atti prescritti dalle Costituzioni e dalle costumanze di ogni singola Provincia, ad un tipo di vita improntato a relazioni meno formali, riservando maggiore spazio a scelte di vita nuove e maggiormente rispondenti al vissuto della gente di tutti i giorni.

Indubbiamente anche a partire dal momento in cui il nostro Ordine si è sviluppato numericamente soprattutto nell’emisfero sud del pianeta, e questo a seguito della presenza e del lavoro dei missionari cappuccini, ciò ha contribuito indubbiamente a produrre tale cambiamento di orientamento. Di fatti, i frati partiti per le missioni avvertirono in primo luogo l’urgenza di far fronte alle esigenze della evangelizzazione e della creazione di servizi rispondenti ai bisogni più urgenti delle popolazioni affidate alla loro cura: scuole, dispensari, centri sociali, ecc. Nei primi tempi cercarono di ottemperare sia alle esigenze della regolare osservanza che ai nuovi bisogni incontrati in loco, ma nel breve volgere di qualche decennio prevalsero le urgenze della missione. Priorizzando la creazione della Chiesa locale e volendola dotare di strutture adatte ad essa, le chiese non vennero più costruite sul modello di quelle previste dalla nostra tradizione e al posto dei conventi costruiti attorno al quadrilatero centrale del claustro, si diede la preferenza a strutture di tipo funzionale e adatto al luogo. Venne a cadere anche la prassi della questua quale fonte di sostentamento ed era necessario dotarsi di ampi appezzamenti di terreno per coltivare il necessario per vivere. Oggi oltre la metà dei frati del nostro Ordine non ha mai vissuto in un convento di tipo tradizionale con il coro situato dietro all’altare maggiore oppure al posto della cantoria come nell’Italia meridionale, e gli altri spazi tipici dei nostri luoghi. È questo un dato di fatto di cui tenere conto. Che si voglia o meno, dal momento in cui con il generalato di P. Bernardo Christen da Andermatt ad ogni provincia si affidò un proprio territorio di missione e si passò progressivamente ad impiantarvi l’Ordine, il volto del nostro Ordine è cambiato. Possiamo affermare tranquillamente che si è arricchito ed è diventato più variopinto. Ritengo che le nostre Costituzioni a partire dal Concilio Vaticano II ne abbiano tenuto conto, ponendo per l’appunto l’accento in primo luogo sulla fraternità e la minorità, senza per questo rinnegare la dimensione penitenziale della nostra vita. Alcune scelte, e mi riferisco per esempio all’abbandono della pratica delle tre quaresime, stanno a dire che non ci siamo limitati a gettare l’acqua dal catino, ma abbiamo fatto la stessa cosa anche con il bambino. Non mancano nelle nostre Costituzioni, e questo lo vedremo mano mano che avanzeremo nella lettura, accenni alla vita austera e di penitenza, ma esse si guardano bene dallo scendere nel concreto. Ciò è dovuto certamente anche alla presa di coscienza di trovarci di fronte ad una pluralità di culture, che esigono di essere considerate e integrate nel nostro modo di vivere, per cui diventa estremamente difficile dare indicazioni concrete. Quanto si presenta come una ricchezza, ma rappresenta nello stesso tempo una sfida non indifferente dal punto di vista dell’unica fraternità alla quale noi tutti apparteniamo. Come promuoverla? Quali sono gli elementi concreti e anche visibili che ci caratterizzano ovunque? In questo senso, sopra accennavo al non facile rapporto fra continuità e discontinuità tra le Costituzioni prima e dopo il Concilio Vaticano II. Non stupisce il fatto per cui negli anni immediatamente dopo il Concilio ci furono diversi gruppi di frati, i quali si staccarono dall’Ordine per poter proseguire a vivere come i cappuccini di un tempo.

Il secondo aspetto centrale della nostra vita è rappresentato dalla minorità. Sappiamo che fu Francesco stesso a volere che i suoi frati si chiamassero frati minori e con questo volle fare una scelta di campo che portava i suoi frati ad essere soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio.[12] La minorità è anzitutto un atteggiamento e si traduce concretamente nell’applicazione dell’invito rivolto ai frati: E devono essere lieti quando vivono tra persone di poco conto e disprezzate, tra poveri e deboli, infermi e lebbrosi e tra i mendicanti lungo la strada.”.[13] Minorità che ci porta a ricercare l’ultimo posto e dovrebbe preservarci dal male del clericalismo[14]! Tuttavia il fondamento ultimo della minorità è da ricercare nella scelta compiuta dall’eterno Figlio di Dio, “che pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso, assumendo una condizione di serve, diventando simile agli uomini.” [15]

N. 5

Questo numero comporta ben cinque differenti paragrafi e tocca argomenti assai diversi tra di loro. Di fatti, inizia con un invito a conoscere la nostra storia e il progetto di vita promosso da San Francesco e ripreso dai primi frati cappuccini. Conoscenza che deve portarci alla conversione del cuore. In seguito si passa a ribadire l’importanza di alcuni aspetti centrali della nostra vita, quali la vita di preghiera, specialmente contemplativa, l’austerità e la penitenza, la vita fraterna fra noi ma anche nella vicinanza con i poveri e l’apostolato. Per un certo verso questo numero cerca di trovare un equilibrio tra lo spirito che animava le prime Costituzioni e quello predominante in quelle odierne. Di fatti, vi si menziona le dimensioni della vita contemplativa, austerità e lieta penitenza, ma immediatamente dopo viene ribadito quanto è stato enunciato nel numero precedente, affermando che i rapporti tra di noi debbono essere improntati a fraterna spontaneità, che siamo chiamati a condividere la vita dei malati e dei poveri e da ultimo, la vicinanza al popolo.[16]

Riprendiamo da vicino le singole affermazioni! Si inizia affermando che il nostro carisma è giunto sino a noi grazie ai frati che ci hanno preceduto e che a loro volta si sono ispirati a san Francesco. Ci precede una lunga fila di frati e costoro sono all’origine di una vera e propria tradizione. Ciò sta a dire che non possiamo comportarci come se fossimo noi i primi ad esserci posti in cammino sulle orme di Francesco. Dire tradizione significa sempre riferirsi a persone, persone concrete, con una loro storia, persone che meritano rispetto e riconoscenza.

Da qui nasce di conseguenza l’esigenza di conoscere la nostra storia e di cogliere qual è l’indole, cioè il cuore e l’intenzione, del progetto di vita che è giunto fino a noi. La fedeltà al Vangelo oggi passa attraverso la fedeltà creativa alla tradizione che ci ha preceduti. Non si tratta di imitare o di ripetere per filo e per segno quanto fatto da chi ha vissuto prima di noi, ma di ispirarci a quella tradizione. In genere abbiamo una conoscenza piuttosto approssimativa di san Francesco e ignoriamo quasi tutto di quanto hanno fatto i primi cappuccini e dei motivi che li hanno portati a compiere scelte diverse da quelle in vigore nel loro tempo. Perché vi sia fedeltà creativa è necessario conoscere il passato e nello stesso tempo vivere pienamente nel presente. Il rapporto vivo con il passato ha quale finalità eminente il rinnovo della vita del nostro Ordine oggi. Non si tratta quindi di compiere un semplice esercizio di erudizione storica, anche se la conoscenza circostanziata della stessa rimane un dato irrinunciabile, bensì di dare continuità alle intuizioni evangeliche del nostro fondatore e dei primi cappuccini.

Il testo prosegue con un invito accorato a dare la priorità alla vita di preghiera, specialmente contemplativa. Richiama in seguito diversi aspetti caratteristici del carisma francescano: vivere in questo mondo come pellegrini e forestieri, praticare la povertà in maniera radicale, richiamando la necessità di farlo sia personalmente che comunitariamente. Dato che permane il rischio di considerare la povertà solo da un lato esteriore quale privazione di beni, il testo accenna allo spirito di minorità quale modalità concreta di realizzare la vita di povertà. Vivendo in questo modo i frati cappuccini abbineranno in modo esemplare una vita austera e di lieta penitenza nell’amore della Croce del Signore. Questo terzo paragrafo vuole certamente ricuperare le dimensioni che permeavano e strutturavano le prime Costituzioni dei cappuccini.

Segue un paragrafo che riprende gli aspetti della fraternità e della minorità specificandoli ulteriormente. In questo senso vi si insiste sulla modalità dei rapporti fraterni al nostro interno, rapporti che debbono essere improntati a fraterna spontaneità; in seguito siamo invitati a vivere volentieri tra i poveri, i deboli e i malati. Questo invito non manca di essere concreto e sfidante, perché chi di noi per sua scelta è disposto a condividere la vita dei poveri, dei deboli e dei malati? Un conto è sforzarci di condurre una vita parca e che si riduce all’essenziale e tutt’altra cosa è la condivisione della vita delle persone sopra menzionate. Questo non può che avere delle conseguenze assai pratiche sul modo di costruire le nostre case, sui luoghi dove andiamo a vivere, sull’impostazione che intendiamo dare alla nostra vita. La vita ritirata in convento viene posta seriamente in discussione. La domanda cruciale allora è la seguente: siamo disposti a mettere in atto tutti i passi che ci permetteranno di realizzare questa vicinanza?

Dato che siamo sempre ancora nell’ambito in cui vengono annunciati i grandi temi che verranno ripresi in seguito e ampliati, l’ultimo paragrafo di questo numero accenna alla dimensione apostolica della nostra vita. Poi specifica che si tratta dell’annuncio del Vangelo e di altre forme consone al nostro carisma senza specificare ulteriormente quali. Il paragrafo termina con il richiamo alla modalità con la quale realizzare quanto appena detto: va mantenuto in tutto lo spirito di minorità e di servizio.

N. 6

Questo numero riprende e specifica maggiormente quanto è stato enunciato all’inizio del numero precedente cioè l’esigenza di conoscere, custodire e sviluppare il patrimonio spirituale della nostra fraternità. È questa la condizione indispensabile per vivere in modo creativo la fedeltà al nostro carisma. Trattandosi di un vero e proprio patrimonio spirituale è evidente che siamo chiamati a conoscerlo, incarnarlo nel tempo presente, ma anche divulgarlo e proporlo ad altri. Siamo chiamati a vivere la nostra vita consapevoli di aver ricevuto una eredità che va condivisa con altri.

Accanto alla conoscenza della vita e degli scritti di San Francesco, delle fonti francescane e della tradizione cappuccina, ora si fa pure menzione specifica dei nostri fratelli che si sono distinti per santità di vita, operosità apostolica e dottrina. Chi se non l’innumerevole schiera di nostri santi e beati può indicarci i sentieri da percorrere per una vita autenticamente cappuccina?

Dopo l’invito ad approfondire la conoscenza del nostro passato, il testo si affretta subito a ribadire la necessità di tradurre (trovare appropriate modalità) tutto ciò nei contesti di vita in cui ci troviamo, e questo a seconda delle regioni e delle culture diverse. Per garantire che il processo di adattamento avvenga in modo appropriato, viene ribadita l’esigenza di ottenere l’approvazione dei legittimi superiori.[17]

Questi numeri iniziali dove si menzionano i principi ai quali deve ispirarsi la nostra vita si distinguono per densità e concisione, ma a momenti viene da chiedersi se non dicono troppe cose ponendo le une accanto alle altre, senza che il lettore possa giungere a farsi un’opinione chiara di ciò che è prioritario e di ciò che lo è meno. Sarà importante e interessante, nella prosecuzione della lettura e dello studio del testo, verificare l’aspetto di continuità e discontinuità tra il testo delle attuali Costituzioni e quelli precedenti il Concilio Vaticano II. Detto diversamente: se vita fraterna e minorità sono gli aspetti portanti della nostra vita, in che misura il testo attuale delle Costituzioni sviluppa conseguentemente questo discorso? Ne fa veramente un nuovo paradigma, oppure si avvertono qua e là dei cedimenti? In che modo il testo garantisce la continuità con il passato senza per questo venir meno all’orientamento nuovo che i capitoli generali a partire dal 1968 hanno deciso di dare alla vita del nostro Ordine? Ritengo possano essere domande utili, quasi ipotesi di lettura, nel prosieguo dell’approfondimento del testo.

I prossimi tre numeri trattano distintamente dei maggiori documenti di riferimento per la nostra vita di frati minori cappuccini: la Regola, il Testamento e le Costituzioni.

N. 7

La Regola di San Francesco viene presentata a partire dalla sua fonte originaria che è il Vangelo e quale strumento appropriato per vivere la vita evangelica. In seguito il testo diventa assai concreto invitando i frati a conoscerla, apprezzarla per poi anche applicarla nel concreto della nostra vita. Non manca il richiamo all’approccio dei primi cappuccini, della sana tradizione dell’Ordine e dei nostri santi.

Sarà compito principalmente dei vari ministri e guardiani di promuovere la conoscenza e l’osservanza della Regola.

Segue un paragrafo nel quale si cerca di tenere conto del fatto che il nostro Ordine si trova sparso nei vari continenti e in culture tra loro assai diverse. Ne consegue che, sempre salvaguardando l’unità dell’Ordine è pure necessario adattare il modo di vivere la Regola secondo le culture, le esigenze dei tempi e dei luoghi.

Dopo aver affermato il principio della pluriformità, il paragrafo seguente ribadisce con forza, che quest’ultima non deve essere mai a scapito della unità e della comunione fraterna. Il tema delle culture e dei contesti diversi dovrebbe preoccuparci ben al di là di queste poche righe. Perché se da un lato si ha come l’impressione che l’incontro tra il carisma del nostro Ordine e le varie culture non abbia suscitato forme di vita realmente vicine a quanto vive la gente, dall’altro canto si direbbe che spesse volte ci si richiama alla cultura per difendere posizioni discutibili. È vero che se stiamo andando verso una pluralità di interpretazioni culturali del nostro carisma, tuttavia la dimensione del dialogo tra i vari approcci culturali non è che agli inizi.

N. 8

Non si può conoscere a fondo San Francesco, se non facendo tesoro di quanto lui ci ha lasciato nel suo Testamento, nel quale ripropone la sua esperienza evangelica e nel quale ribadisce con forza come intende che venga vissuta e osservata la Regola. Viene ricordato qui come noi cappuccini abbiamo accolto il Testamento come prima esposizione spirituale della Regola, decisione questa che prende le distanze dalle controversie sorte immediatamente dopo la morte di Francesco, quando i frati nel 1230 si rivolsero al Papa per avere chiarimenti circa l’obbligatorietà o meno di osservare il Testamento. Gregorio XI nella Bolla Quo elongati rassicurava i frati di allora che non erano tenuti a farlo.[18]

N. 9

L’ultimo numero del primo articolo ci ricorda l’importanza delle Costituzioni e di come esse vogliono esserci di aiuto nel realizzare quanto è scritto nelle Regola. Esse intendono orientare la nostra vita per farne in forza della professione religiosa un dono totale e incondizionato a Dio. Anche in questo numero, che si direbbe abbia una valenza eminentemente giuridica, si respira tuttavia lo stile unico delle nostre Costituzioni, che non si accontentano mai di darci solo delle indicazioni unicamente di tipo giuridico, ma continuamente presentano anche la motivazione spirituale del tutto. Per cui non si tratta unicamente di un invito ad un’osservanza esteriore, in quanto piuttosto ci viene ricordato che l’osservanza delle stesse non deve avvenire con un atteggiamento servile, ma come figli, aspirando ardentemente ad amare Dio sopra ogni cosa, prestando ascolto alla voce dello Spirito Santo, che ci istruisce, impegnati per la gloria di Dio e per la salvezza del prossimo.

Giustamente alla fine di questo numero, nel paragrafo 5, viene stabilito che siamo tenuti a conoscere e ad osservare tutte le altre norme del nostro diritto particolare. Può essere utile ricordare in questa sede come il lavoro di rinnovamento di queste Costituzione sia andato di pari passo con lo scorporo di varie norme di tipo pratico dal testo costituzionale per porle nel testo degli Ordinazioni dei Capitoli Generali dei Frati Minori Cappuccini. Mentre ogni modifica o dispensa dalle Costituzioni esige l’approvazione della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, il testo delle Ordinazioni dei Capitoli Generali può essere modificato dal Capitolo generale del nostro Ordine.

La nostra vita nella Chiesa

N. 10

Questo numero inizia con un crescendo di affermazioni teologiche, che descrivono in modo emblematico il mistero della Chiesa. Inoltre, mi pare opportuno sottolineare come qui la Chiesa non venga vista quale fine a se stessa, ma piuttosto nella sua missione di preparare e collaborare alla instaurazione del Regno di Dio.

Per la propria santità e missione, la Chiesa fa l’esperienza di essere dotata di molteplici doni da parte dello Spirito Santo. Tra questi viene menzionata qui in particolare la vita consacrata, e tra le varie famiglie spirituali qui si fa particolare riferimento a quella francescana. Essa ha avuto la sua approvazione dalla Chiesa e continua a godere della sua sollecita custodia. Il tutto è finalizzato a mantenere vivo e presente l’immagine di Cristo povero, umile e dedito al servizio degli uomini, specialmente dei poveri.

Ci viene ricordato inoltre che anche i Cappuccini ricevettero l’approvazione della madre Chiesa mediante la Bolla Religionis Zelus di papa Clemente VII il 3 luglio 1528. Ne consegue che alla Chiesa dobbiamo molto e siamo chiamati ad amarla come nostra madre.

In un ultimo passo si ricorda come la Chiesa sia compaginata da tradizioni diverse, in particolare quella orientale e quella occidentale. Vi è qui un riferimento alle Chiese sui juris e alle loro tradizioni liturgico – pastorali. Il paragrafo è stato introdotto nel testo costituzionale per ricordare come noi cappuccini siamo membri di un’unica fraternità, pur appartenendo a famiglie rituali diverse.

N. 11

Indubbiamente l’amore per la Chiesa fa parte dell’eredità lasciataci da San Francesco, il quale volutamente scelse di sottoporre all’istituzione ecclesiastica le proprie intuizioni e il proposito di condurre una vita secondo il santo Vangelo. Lo fece una prima volta quando con un primo gruppo di compagni si recò a Roma da Papa Innocenzo III, sia in un secondo tempo chiedendo l’approvazione papale per la Regola del 1223. Non per nulla egli chiese di avere un cardinale che svolgesse il ruolo di governare, proteggere e correggere la nostra fraternità.[19] Ne consegue che dobbiamo obbedienza al Papa e che siamo tenuti a collaborare al bene delle Chiese particolari secondo il nostro carisma sotto la guida del Vescovo diocesano. Questo numero termina con un riferimento esplicito al rispetto dovuto ai sacerdoti e a collaborare con essi.[20]

N. 12

Questo numero continua ad elencare quali sono le autorità che noi frati siamo chiamati a riconoscere e a seguire fedelmente. Così la nostra autorità di riferimento diretto è il Ministro generale dell’Ordine nel suo duplice mandato di successore di San Francesco e quale legame che ci unisce con l’autorità della Chiesa. Si specifica inoltre che siamo tenuti ad amare e a obbedire ai vari ministri e responsabili delle fraternità sia provinciali che locali, senza mai perdere di vista il nostro proposito di svolgere il nostro servizio all’interno della missione della Chiesa.

N. 13

Dopo aver indicato quali sono le autorità di riferimento per noi frati, in questo numero e in quello successivo si ricupera e si sviluppa ulteriormente quale intende essere il contributo specifico che intendiamo prestare sia all’interno della Chiesa che nel mondo. Anzitutto vogliamo essere fratelli e come tali suscitare e promuovere la fraternità ovunque. La fonte e l’origine di tutto ciò San Francesco l’ha attinta nel Padre nei cieli sulla spinta dello Spirito Santo. Ci troviamo di fronte ad affermazioni che ci aiutano a cogliere ben al di là di quanto ci è stato detto nei numeri precedenti (nr. 4) sul significato della centralità della vita fraterna quale carisma centrale del nostro Ordine. La nostra prima e principale vocazione consiste:

  • nel sentirci fratelli di tutti senza discriminazione alcuna;
  • nel favorire il senso della fraternità in tutto l’Ordine;
  • nel coltivare rapporti fraterni all’interno del resto della Famiglia francescana.

Non possiamo limitarci a coltivare lo spirito fraterno unicamente fra di noi frati, ma a modo di lievito evangelico si tratta di promuovere autentiche relazioni fraterne tra tutti gli uomini e i popoli. In altre parole ci viene detto che ci compete il compito di promuovere la pace ovunque, e che questo non è da meno di altre forme di pastorale.

N. 14

Se nel numero precedente l’appello alla promozione della vita fraterna trovava la sua sorgente nella contemplazione del Padre, il sommo bene, questo numero è di carattere eminentemente cristologico. Dapprima viene ricordato come la scelta di farsi servo da parte del Signore Gesù venga da lui stesso attualizzata quotidianamente nel sacramento dell’eucarestia. In seguito si fa notare come Francesco decise di farsi minore contemplando l’umiltà di Dio in Cristo. Da qui deve nascere e alimentarsi il nostro impegno nei confronti dei poveri e degli esclusi. Di conseguenza dovremmo stabilire le nostre fraternità tra i poveri sviluppando un tipo di solidarietà con loro che miri a farsi promotrice di una vita autenticamente umana e cristiana. Da qui prende avvio anche il nostro impegno negli ambiti della giustizia e della pace.

N. 15

Questo ultimo numero ci ricorda come fraternità e minorità vadano vissute nell’alternanza di tempi trascorsi presso l’eremo e tempi dedicati alla vita apostolica. Il testo ci ricorda che sia Gesù con i suoi apostoli che San Francesco hanno praticato uno stile di vita che dava sufficiente tempo sia all’una che all’altra dimensione. Non fu diversamente per la tradizione cappuccina, ma è chiaro che non è sufficiente un appello, per quanto forte e intenso, a ricuperare tale capacità di alternare contemplazione e attività apostolica in modo equo, improntato al Vangelo. Qui il nostro Ordine in tutte le sue componenti si trova di fronte ad una sfida di non poco conto e che esige, per essere attuata, una conversione individuale e di gruppo assai radicale! Il rischio di proclamare principi assai belli e veri che poi nel concreto della nostra rimangono lettera morta, in questo ambito in grandissima parte è purtroppo realtà.

Il primo capitolo delle nostre Costituzioni ha gettato le basi di quanto verrà poi sviluppato nei capitoli successivi e sarà importante averlo presente quasi come una bussola per orientare il cammino della lettura e per verificare in quale misura quanto venne annunciato nel primo capitolo trovi un suo sviluppo organico e conseguente in quelli successivi.



[1] DINO DOZZI, La Regola per la vita, in: La Regola di frate Francesco. Eredità e sfida / a cura di PIETRO MARANESI, FELICE ACCROCCA, Padova 2012, 189 – 228, 222. Per il tutto vedi in particolare: FRANCESCO POLLIANI, Le nuove Costituzioni dei Frati Minori Cappuccini, Analisi e commento, Milano 2016.

[2] FF 4

[3] FF 177

[4] Cfr. PIETRO MARANESI, Il sogno di Francesco. Rilettura storica della Regola dei frati minori alla ricerca della sua attualità. Assisi 2011.

[5] Cfr. DINO DOZZI, La Regola per la vita, in La Regola di Frate Francesco, Eredità e sfida, a cura di PIETRO MARANESI e FELICE ACCROCCA, Padova 2012, 191-228.

[6] D. DOZZI, ibid. 219

[7] FF 31, 140

[8] Cfr. PIETRO MARANESI, Facere misericordiam. La conversione di Francesco d’Assisi: confronto critico tra il Testamento e le Biografie, Assisi 2007

[9] Ratio Formationis Generalis OFMCap, II/2: Il lebbroso

[10] Identità e appartenenza cappuccina. Lettera del ministro generale Mauro Jöhri, Ottobre 2017

[11] CPO 7

[12] FF 43

[13] FF 30. È il caso qui di richiamare il testo del VII CPO dedicato interamente ai temi della minorità e dell’itineranza.

[14] Cfr. Papa Francesco, La forza della vocazione. Conversazione con Fernando Prado, Bologna 2018

[15] Filippesi, 2, 6 – 7.

[16] Ricordo che papa Francesco in occasione dell’udienza concessa alla fine del 85° Capitolo generale insistette parecchio su questo argomento: Questa mattina pensavo a voi. C’è una parola che tu, Fr. Roberto Genuin, hai detto nel tuo discorso: prima di tutto i Cappuccini sono “i frati del popolo”: è una caratteristica vostra. La vicinanza alla gente. Essere vicini al popolo di Dio, vicini. E la vicinanza ci dà quella scienza della concretezza, quella saggezza – è più che scienza: è una saggezza. Vicinanza a tutti, ma soprattutto ai più piccoli, ai più scartati, ai più disperati. E anche a quelli che si sono più allontanati. Penso a fra’ Cristoforo [dei Promessi sposi], al “vostro” fra’ Cristoforo. Vicinanza: questa parola vorrei che rimanesse in voi, come un programma. Vicinanza al popolo. Perché il popolo ha un grande rispetto per l’abito francescano. Una volta il cardinale Quarracino mi diceva che, in Argentina, a volte qualche mangiaprete dice una parolaccia a un prete, ma mai, mai un abito francescano è stato insultato, perché è una grazia. E voi Cappuccini avete questa vicinanza: conservatela. Sempre vicini al popolo. Perché siete i frati del popolo.

[17] Cfr. Ratio Formationis Ordinis OFMCap, Allegato 1 : Unità carismatica nella diversità culturale

[18] Cf. PIETRO MARANESI, L’eredità di frate Francesco. Lettura storico-critica del Testamento, Assisi 2009, in particolare 327 – 335.

[19] Rb XII / FF108

[20] Poi il Signore mi dette e mi dà tanta fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a causa del loro ordine, che se mi dovessero perseguitare voglio ricorrere ad essi. E se io avessi tanta saienza quanta ne ebbe Salomone e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie dove abitano, non voglio predicare contro la loro volontà. FF 112

Ostatnio zmieniany: wtorek, 26 maj 2020 21:12
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